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sabato 31 ottobre 2015

Leopardi e l'autobiografia mai scritta. Intervista a Raffaele Urraro.



di  A. Lalomia

1.  Com’è nata l’idea del libro ?

Durante le ricerche condotte per l’altro mio libro leopardiano (Giacomo  Leopardi: le donne, gli amori) rimasi fortemente colpito da due fattori: la volontà di Giacomo di scrivere un “romanzo autobiografico”, e l’enormità delle sofferenze e delle pene che dovette affrontare lungo quasi tutta la sua vita. Parlo di sofferenze e pene di ordine fisico, ma anche esistenziali, economiche, culturali, editoriali, relazionali. Alla fine della stesura di quel libro, già pensavo a questa nuova ricerca.


2. Quali sono le fonti che ha consultato e in quanto tempo ha composto l’opera ?  È entrato in contatto con i discendenti di Giacomo e con qualche altro suo studioso ?

Le fonti consultate, oltre alle opere del Leopardi, si possono desumere dalla bibliografia posta alla fine del libro. Ovviamente ho visitato le varie biblioteche, mi sono fatto inviare copie di testi presenti in biblioteche lontane, e, soprattutto, sono stato in continuo collegamento con il CNSL (Centro Nazionale Studi Leopardiani) di Recanati. L’opera l’ho composta in 7 anni, dal 2008 al 2015. Non ho preso contatti con i discendenti leopardiani. Ma posso dire che, dopo il primo libro, ricevetti una calorosa telefonata, inattesa e graditissima, della Contessa Anna, poi venuta a mancare, che elogiava il mio lavoro. Ancora: la Casa Editrice fece pervenire al Conte Vanni Leopardi, che ne aveva fatto richiesta a me tramite un comune amico, una copia di quel libro. A questo si limitano i rapporti con la famiglia  Leopardi. Quanto ai rapporti con gli altri studiosi, posso dire che ne conosco non pochi, tuttavia non ho preso contatti con loro, ma solo con le loro opere.




mercoledì 14 ottobre 2015

La scuola inglese che ha bandito televisione e internet.

A Morden – un quartiere nel sud di Londra, in Inghilterra – c’è una scuola in cui non sono ammessi smartphone, tablet o internet: è la London Acorn School e il Guardian le ha recentemente dedicato un articolo chiamandola “la scuola senza tecnologia” e raccontando di come, fondandosi sulla psicologia steineriana, abbia sviluppato un metodo di insegnamento che si rivolge a quei genitori che sono preoccupati dall’impatto che le nuove tecnologie potrebbero avere sui loro figli. La scuola ha aperto nel 2013 e il Guardian spiega che ha regole molto severe: oltre a vietare internet, dispostivi elettronici, computer e film durante le lezioni, chiede che anche i genitori facciano lo stesso quando i loro figli sono a casa, anche durante le vacanze. La London Acorn School può accogliere fino a 84 studenti, ma al momento è frequentata da 42 ragazzi e i più grandi tra loro hanno 14 anni.

Nell’atto costitutivo della London Acorn School, la cui retta annuale è di quasi 15mila euro per studente, c’è scritto: «Siamo contro ogni tipo di tecnologia per i bambini e crediamo solo in una sua graduale introduzione durante l’adolescenza. Questo include anche internet. Nello scegliere questa scuola avete scelto di aderire a questa idea, a prescindere da cosa crediate personalmente». Storie come questa si inseriscono e arricchiscono un recente e fiorente dibattito sul ruolo che la tecnologia – internet, gli e-reader, eccetera – sta avendo, tra le moltissime altre cose, anche nell’istruzione e nella didattica.
Alla London Acorn School, fino ai 12 anni la televisione è completamente vietata agli studenti. Dai 12 anni in poi sono concessi solo documentari, a patto che siano stati prima approvati dai genitori. Sia a scuola che a casa, inoltre, i film sono vietati fino ai 14 anni e internet fino ai 16 anni. Dai 14 anni si possono usare i computer, ma solo per attività legate alle lezioni scolastiche: nella scuola, quindi, non si usano lavagne interattive o proiettori, ma solo strumenti che avremmo potuto trovare in una scuola di 30 o 40 anni fa. In classe i bambini preparano loro stessi i libri per gli esercizi, si dedicano spesso a passeggiate nella natura (visto che la scuola si trova in un parco), imparano a cucinare e cucire e contribuiscono attivamente alla manutenzione della scuola: i bambini più grandi, per esempio, costruiscono piccoli oggetti in legno – appendiabiti, per esempio – per le classi di quelli più piccoli.
Le regole della London Acorn School, spiega il Guardian, trovano un fondamento teorico in alcuni recenti studi che hanno analizzato l’impatto potenzialmente negativo che i social media hanno sui ragazzi e le cattive conseguenze associate all’uso di smartphone e tablet nelle classi, e si basano sulla pedagogia Waldorf, ideata nei primi decenni del Novecento dal filosofo e pedagogo Rudolf Steiner (e quindi anche nota come “steineriana”). Il metodo steineriano si basa sul principio dell’antroposofia di Steiner (la credenza che sia necessario compiere un percorso metafisico e spirituale per arrivare a una piena conoscenza di sé) e nelle scuole steineriane si chiede ai bambini di “fare delle danze espressive di gruppo in cui, vestiti con delle toghe, possano sviluppare il loro spirito nella loro nuova vita” e si vietano gli strumenti elettronici fino ai 12 anni. Due dei fondatori della London Acorn School – Andrew Thorne e sua moglie Sarah Fanconi Thorne – hanno spiegato di aver mandato i loro figli a una scuola steineriana, rimanendo però delusi da alcune idee di quella scuola (per esempio il suo misticismo) e di aver deciso allora di fondare una loro scuola. Fanconi Thorne, che è la direttrice della Acorn School, ha spiegato di amare i computer e quello che fanno, ma di non ritenerli adatti ai bambini: quando riuscirà a organizzare la prima classe per bambini con più di 14 anni, ha spiegato al Guardian, proporrà come primo progetto la costruzione di un computer.
Il Guardian ha intervistato alcuni studenti della scuola e alcuni genitori. Kevin Burchell, padre di una ragazzina di 12 anni trasferitasi da poco alla Acorn School, ha spiegato che per sua figlia è stato un po’ difficile adattarsi alle nuove regole e rispettarle quando è in compagnia di amici di altre scuole che la invitano a giocare con l’iPad, ma ha anche detto che da quando sua figlia frequenta la nuova scuola ha smesso di avere quei comportamenti di imitazione di personaggi e situazioni che vedeva in televisione. Janice Moore, madre di una due bambini – di otto e tre anni – iscritte alla scuola ha detto: «Troppa tecnologia troppo presto risulta dannosa. Non siamo paranoici, abbiamo iPhone e iPad e la nostra figlia di otto anni sa rispondere al telefono dall’iPhone: ma giocarci, quello mai. Può giocare all’aria aperta per ore. Le basta così poco per essere assorbita da un gioco». Moore ha anche spiegato di non pensare che così facendo rischia di pregiudicare il futuro digitale delle sue figlie: «Per niente. Considerando il ritmo cui cambia e cresce la tecnologia, qualsiasi cosa gli insegnano ora sarà superata e obsoleta in futuro». Il Guardian però ha anche chiesto agli studenti della scuola cosa ne pensano: in un gruppo di 6 ragazzini di 12 e 14 anni 4 hanno detto di volere più tecnologia.
La scuola senza tecnologia, "Il Post", 1-10-15. 

giovedì 8 ottobre 2015

Sopravviverà l'Unione Europea alla sua mediocrità ?


di  A. Lalomia

Alla luce di quanto sta accadendo da settimane in Europa, investita da una marea di migranti che non ha precedenti, viene da chiedersi se le istituzioni europee siano all'altezza dei loro compiti o non vadano invece criticate per la superficialità, il pressappochismo, la disinvoltura, l'inerzia di cui stanno dando prova.
Le responsabilità che si stanno assumendo queste istituzioni nel gestire  -in modo quantomeno discutibile-  quella che si può definire a pieno titolo come la più grave crisi di rifugiati dalla seconda guerra mondiale, sono sotto gli occhi di tutti.

sabato 3 ottobre 2015

Aldo Castellani, una figura poco nota della guerra d'Etiopia.

di  Angelo Paratico 

Ottant’anni fa, il 3 ottobre 1935, l’Italia invadeva l’Etiopia. Ogni nostra città, borgo e villaggio contribuì inviando soldati, che la propaganda definì volontari. In pochi lo furono davvero, forse attratti dalle “faccette nere” sulle cartoline che circolavano mostrandole con i turgidi seni al vento, oppure per fuggire dalla povertà.
Benito Mussolini, conscio dei rischi che correva, aveva cercato un accordo con le potenze europee a Stresa, ottenendo una sorta di tacito accordo. Forse capì male e quella si rivelò una decisione fatale per l’Italia, che si trovò isolata e costretta ad abbracciare Adolf Hitler.
Il piano segreto Hoare-Laval del dicembre 1935, a guerra iniziata, per mediare una divisione dell’Etiopia – lasciando al Negus una parte del suo regno, in cambio del Tigrai e del Ogaden che sarebbero passati all’Italia – venne reso pubblico in Gran Bretagna provocando un’ondata d’indignazione. Umiliato, Mussolini decise di portare avanti i suoi piani di conquista completa, nonostante le sanzioni e l’opposizione della Lega delle Nazioni.
Quella guerra segnò il culmine d’una lunga serie di mosse e contromosse volte a occupare un ‘posto al sole’ da offrire al nostro proletariato e vendicare l’onta della sconfitta di Adua.
La gravità dell’errore di Mussolini e di Vittorio Emanuele III fu chiaro a pochi, e fra questi pochi vorrei citare una grande scrittrice e giornalista americana oggi dimenticata che si trovava a Roma in quei giorni: Beatrice Baskerville, che nel 1937 pubblicò un libro intitolato “What next o Duce?”.