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giovedì 21 marzo 2013

Un eroe della Resistenza: Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo. Intervista a Mario Avagliano sul suo "Partigiano Montezemolo".

Mario Avagliano

di  A. Lalomia

A quasi settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la Resistenza italiana continua a rappresentare motivo di studio, di riflessione e di dibattito tra gli storici di professione e tra quanti -a ragione-  ritengono che si tratti di un tema di fondamentale importanza per comprendere la storia dell’Italia contemporanea e terreno da cui trarre elementi da sottoporre agli allievi per la loro crescita culturale, civile ed etica.
Tra i lavori che sono apparsi di recente, quello di Mario Avagliano, Il partigiano Montezemolo.Storia del capo della resistenza militare nell’Italia occupata. (Dalai editore, 2012, pp. 416,  € 22,00),  si pone senza dubbio come uno dei testi più apprezzabili, a conferma  -oltre che del talento-, del rigore, della passione civile, della sensibilità, della forte carica etica che animano Avagliano, giornalista e storico di successo, autore di impareggiabili pagine su aspetti poco noti del secondo conflitto mondiale 1  e soprattutto sulla Resistenza.
Mi è sembrato quindi utile intervistare l’A. 2  sull’opera 3 ; un’opera che, come tutti gli altri suoi libri,  ha conquistato subito l’ampio plauso della critica e il pieno consenso del pubblico.  Inoltre, ha ricevuto già dei riconoscimenti, a partire da quello, prestigioso, del Premio Fiuggi 2012 per la Storia, sezione biografie.  
Uno dei punti più importanti del volume è rappresentato dalla strage delle Fosse Ardeatine 4
del 24 marzo 1944  -in cui venne trucidato lo stesso Montezemolo-, strage ordinata da Hitler ed eseguita con teutonica fermezza da Kappler per vendicarsi dell’attentato compiuto il giorno prima dai GAP in Via Rasella.
Senza entrare qui nel merito della questione, vorrei comunque ricordare che Montezemolo, in qualità di capo del Fronte Militare Clandestino Romano  (FMCR)  5, aveva vietato, con un ordine scritto, di compiere attentati contro i tedeschi, in particolare nei grandi centri urbani, proprio perché era ben consapevole delle reazioni spietate dei tedeschi sulla popolazione civile.
Il Card. Andrea Cordero
Lanza di Montezemolo
Si veda ad esempio l’intervista al figlio, il Cardinale Andrea Montezemolo, apparsa sull’  "Osservatore Romano" del 27 marzo 2011 e riportata poi sul blog di Avagliano :  “[…] Suo padre, nel ruolo di comandante militare clandestino, aveva chiesto espressamente di evitare attentati come quello di via Rasella, soprattutto nelle grandi città. Le rappresaglie, aveva spiegato, si sarebbero abbattute anche sui civili … -  Il suo ordine scritto era precisamente questo: <<Nelle grandi città la gravità delle conseguenti rappresaglie impedisce di condurre molto attivamente la guerriglia>>.  Tra le sue priorità c’era la protezione dei civili.  Era certo che attentati contro i tedeschi a Roma avrebbero procurato morti inutili nelle rappresaglie.  Ed è noto che su quell’azione ci siano diverse valutazioni dovute alle prospettive con cui è stata affrontata la resistenza. […]”. 
A questo punto sembra lecito porsi una domanda: visto che si era deciso di compiere un attentato particolarmente clamoroso a Roma, non sarebbe stato meglio scegliere come obiettivo una sede del comando germanico tristemente famosa  -a partire proprio dalla prigione di Via Tasso, i cui orrori erano ben noti-, senza però vittime?  In questo modo, i partigiani avrebbero potuto dimostrare sia la loro potenza logistica e di attacco, sia la loro superiorità etica, senza temere che i tedeschi ricorressero poi alla rappresaglia.  Rappresaglia che inevitabilmente ha fatto nascere, in una parte almeno dei romani, sentimenti di incomprensione  -quando non addirittura di contrarietà e di rancore-  nei confronti dei GAP e dei loro referenti politici. 
Ugo Forno
Vorrei ricordare che l’oblio di cui parla Avagliano nell’intervista riguarda anche molte altre figure, alcune delle quali forse più vicine alla mentalità e ai modelli di vita di una certa parte dell’opinione pubblica. Mi riferisco ad esempio a Ugo Forno, il dodicenne che si oppose, al costo della propria vita, alla distruzione di un ponte sull’Aniene da parte dei tedeschi.  Sull’argomento, v. Felice Cipriani, Il ragazzo del Ponte  e i post di Mario Avagliano  Eroe. Il dodicenne romano che fermò la Wehrmacht  e  Resistenza, al ragazzo-partigiano Ugo Forno la medaglia d'oro al merito civile alla memoria . Cfr. anche il sito  www.ugoforno.itUn magnifico esempio di eroismo da proporre a quella parte della popolazione studentesca priva di valori autentici e alla ricerca convulsa di esperienze devastanti.  Nel 2008, la S.M.S.  "Luigi Settembrini" di Roma ha dedicato l'aula multimediale proprio a questo giovanissimo eroe.  La vicenda di questo ragazzo è pienamente in linea con il tema principale di questo post, visto tra l'altro che il padre, Angelo Enea Forno, faceva parte del FMCR.
Su Montezemolo e sulla presentazione del libro, v.  tra l’altro il video relativo alla commemorazione del trentesimo anniversario del suo sacrificio e delle Fosse Ardeatine, con un rito religioso celebrato dal figlio, Andrea Montezemolo, presenti la moglie, altri familiari e le massime autorità dello Stato.  Montezemolo viene presentato un po' come il rappresentante più illustre,  il simbolo quasi degli 80.000 militari italiani caduti nella guerra di liberazione. 
 Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo
Cfr. inoltre: Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, all'interno del portale dell'INSMLI e il video  Roma clandestina .
Qui la pagina del Quirinale relativa al conferimento a Montezemolo della medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
Sulla Resistenza romana, cfr. ad esempio il
magnifico filmato prodotto dagli allievi della classe 3^ L   (a.s. 2009-2010)  della S.M.S. “G. Belli” di Roma, nell’ambito del Progetto  “Prati della Memoria. Strade e storie della resistenza”su singoli esponenti della Resistenza romana, tra cui Montezemolo.  Qui per la visualizzazione della mappa dei luoghi, a ciascuno dei quali corrisponde una scheda dei patrioti e martiri della libertà.
V. inoltre:  
Roma nei nove mesi di occupazione nazista (prezioso video con immagini dell'Istituto Luce); Fosse Ardeatine: la memoria del colonnello Montezemolo ;  La strage delle Fosse Ardeatine   (video di eccezionale importanza su Via Rasella e sulle Fosse Ardeatine, con testimonianze di Luca Moellhausen  -figlio di quel Friedrich Eithel di cui scrivo oltre-  di un superstite del battaglione “Bozen”, Arturo Atz, di Rosario Bentivegna, di Giorgio Amendola e di Carla Capponi);  Dossier 25 aprile , con uno straordinario filmato sul ruolo dei sacerdoti nella Resistenza, spesso nascosto o dimenticato; L'ordine è già stato eseguito ;  Giovanni Preziosi, Dossier Pio XII: Mezzo secolo di leggenda nera e di dibattito storiografico alla prova degli archivi, in  "Christianitas", n. 1, 2013, pp. 185-276;   Franco Cardini, L'ateismo di Hitler e l'idea di Europa.;  Il rastrellamento al Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943. .
Sul console generale  tedesco a Roma  (e per un periodo f.f. di ambasciatore presso lo Stato italiano; l’ambasciatore in Vaticano, invece, era Ernst von Weizsäcker)  Friedrick Eithel Moellhausen, ci sarebbe da parlare a lungo.  Credo che la vita e l’azione politica di questo personaggio non siano state ancora esaminate attentamente e comunque non con quella profondità che una figura del genere merita. 6 
Chiudo questa introduzione con un auspicio: e cioè che la biblioteca del Ministero della Difesa acquisisca il libro di Avagliano a cui è dedicato questo post  (ma anche gli altri suoi testi).  A tutt'oggi, l'unico volume in possesso di questa biblioteca che riporti nel titolo il nome di Montezemolo si riferisce a Luca Cordero di Montezemolo.

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Note


1  Tra i campi d’indagine dell’A. uno dei più importanti è quello sui prigionieri italiani durante il secondo conflitto mondiale, un settore per anni poco curato dalla storiografia  (soprattutto accademica).  Grazie ai suoi preziosi contributi, questo tema ha acquistato una decisa rilevanza.  Tra gli ultimi testi, cfr. : Nemici o alleati, comunque prigionieri.  

2   La pubblicazione dell’intervista avviene con un po’ di ritardo, per motivi riconducibili a mie problematiche fisiche.  
Questa è la seconda intervista che Avagliano mi concede.  Per la precedente, cfr.  "Voci dal lager." Intervista a Mario Avagliano.
                             

3   Per un’ampia rassegna delle recensioni, cfr. il blog  e il sito  dell’A. .
V. anche i video  Il colonnello della Resistenza  e  quello relativo alla presentazione del libro all'Università E-Campus.
Qui  e  qui  altri due video di presentazione del libro.
Cfr. anche la seguente intervista a Mario Avagliano.
Qui per il resoconto di un'altra presentazione del volume.
Oltre al Premio Fiuggi, il libro ha vinto anche il Premio Gen. Div. Amedeo De Cia 2012.
Qui  per leggere alcune pagine dell'opera.


  Gli esecutori materiali della strage hanno ripetuto più volte che non potevano rifiutarsi di obbedire all'ordine di sparare perché altrimenti avrebbero fatto la fine dei prigionieri.  Eppure, a parte quanto evidenziato oltre circa il rifiuto del maggiore Dobbrick, seguito da un analogo diniego del colonnello Hanser  (14° armata), vorrei ricordare che il sottotenente Guenter Amonn, interrogato come teste al processo contro Kappler e altri, dichiarò : 
"Avrei dovuto sparare ... (ud. del 12.6.1948) ma quando venne alzata la fiaccola e vidi i morti svenni... Rimasi inorridito a quello spettacolo. Un mio compagno mi diede un colpo e sparò per me". Tribunale Militare Territoriale di Roma, sentenza n. 631 del 20-07-1948.  
Ma è lo stesso Kappler, in definitiva, a smentire la tesi secondo cui chi non rispettava l'ordine sarebbe stato immediatamente giustiziato. Ecco infatti quanto affermò durante il processo contro di lui: "Trovai al mio ritorno che l’Hauptsturmführer Wetjen non aveva ancora sparato il suo colpo. Parlai con lui in una maniera amichevole e entrai insieme con lui nella caverna per sparare un altro colpo al suo fianco insieme con lui."  Sentenza n. 631 del 20-07-1948.  Wetjen non aveva sparato perché, come confessò a Kappler, quell'atto gli ripugnava.  Eppure il suo superiore  (cioè Kappler stesso)  non solo non lo fece fucilare, ma gli parlò  in maniera amichevole e quasi affettuosa.  
La sentenza citata è molto importante anche perché presenta un ritratto particolarmente incisivo di Kappler :
"Egli è il nazista tipico: il suo interrogatorio ed il suo comportamento mettono in rilievo un uomo permeato di quei principi nazisti che, nella guerra, dovevano necessariamente sfociare nella non considerazione della personalità dei nemici e nella spietata subordinazione di tutti gli interessi a quelli della Germania e delle forze armate tedesche. Su questo piano non c'è norma giuridica che possa frenare: il diritto esiste nei rapporti interni dei tedeschi; per le popolazioni nemiche c'è la legge della forza. E' questo il piano sul quale si muovono i nazisti in guerra. Il Kappler poi, che è intransigente, ambizioso e permeato fino all'esasperazione di nazismo, opera con grande libertà d'azione perché vuole essere un operatore di primo piano, non un semplice esecutore di ordini, e rompe gli inciampi che vecchi uomini della Wermacht, educati in base a principi meno spregiudicati, potrebbero eventualmente frapporre.".
Sulle deposizioni di Amonn e di altri, v. anche i portali dell'ANPI  e del Ministero della Difesa.
Per inciso, dal video La strage delle Fosse Ardeatine citato sopra, si apprende che almeno una delle vittime non era deceduta subito, ma dopo tre-quattro giorni di agonia.  Non è un dettaglio da poco, visto che i responsabili dell'eccidio hanno cercato di attenuare le loro colpe dicendo che il metodo scelto  (proiettile alla nuca)  era il più adatto per evitare ogni sofferenza al 'condannato'.
L'elenco aggiornato delle vittime delle Fosse Ardeatine si trova anche nel post di Avagliano  Fosse Ardeatine. Identificate altre due vittime. La storia del partigiano ebreo Marco Moscati .   
A tutt'oggi, rimangono non identificate dieci salme.
Accanto, un breve filmato sul 65° anniversario delle Fosse Ardeatine e sul convegno di Montecitorio su Montezemolo del 2009, con la presentazione del Presidente della Camera.
Sulla prigione di Via Tasso, cfr. anche  Il Museo della lotta tragica contro l'occupazione nazista. (Via Tasso con le singole celle di detenzione dei patrioti, tra cui Montezemolo); Mario Avagliano, Al Museo di Via Tasso depositati nuovi documenti; IdemDa Girolimoni alle Ardeatine, in mostra le carte che Kappler non bruciò.
  

  In realtà il suo lavoro interessava anche altre regioni italiane; l'organizzazione raggiunse un organico  di 12.000 unità, tra militari e civili.  Nei nove mesi di occupazione di Roma da parte dei tedeschi  (11 settembre 1943 – 4 giugno 1944), l’attività di sabotaggio, e comunque di resistenza, assunse un rilievo particolare.  
Per comprendere l'importanza del lavoro svolto da Montezemolo come capo del FMCR, basterà citare la lettera  (v. oltre)  ricca di elogi e di gratitudine che il generale Alexander scrisse il 29 luglio 1944 alla moglie Amalia.
Vale la pena ricordare che nel ruolo di assoluta rilevanza svolto nell'ambito della Resistenza, Montezemolo non abdicò mai ai valori cristiani che lo avevano guidato sin da giovane.  E che la sua sia stata un'esistenza vissuta all'insegna dei principi cristiani, è dimostrato anche dal fatto che il sito www.santiebeati.it gli ha dedicato una scheda abbastanza dettagliata.  Inoltre, Luigi Accattoli lo ha annoverato nella sua opera Nuovi martiri  tra i  "Martiri della dignità della persona umana"  (pag. 168, n. 254). 


6    Moellhausen appartiene a quella categoria di uomini che, pur occupando ruoli di prestigio nella macchina statale del Terzo Reich, cercò di conservare un’autonomia di pensiero e di azione  -mettendo talvolta a repentaglio la carriera, la libertà personale e la vita stessa-  e comunque di mantenere fede a quei principi di umanità e di rispetto per la persona che Hitler aveva bandito.
Di Moellhausen parlano nei loro libri alcuni autori  (soprattutto Robert Katz), ma in modo perlopiù schematico.  È ricordato anche, ma senza gli auspicati approfondimenti, in talune puntate del programma  "La storia siamo noi", in particolare in  La strage delle Fosse Ardeatine, citato sopra.
Ripeto: Moellhausen è una figura su cui varrebbe la pena svolgere studi ad ampio raggio, per la sua attività in difesa degli ebrei e dei civili italiani.  Studi che finora non mi pare che ci siano stati.  Anzi, a tutt’oggi, neanche i più noti repertori enciclopedici on line  (dalla  “Treccani”  a Wikipedia, quest’ultima né nella versione italiana, né in quella delle maggiori lingue europee)  presentano una voce ad hoc.  Se ne parla indirettamente, all’interno di biografie di altri personaggi  (per esempio: Dollmann, Kesserling e Rahn).
Eppure Moellhausen è un uomo che non rinuncia agli ideali cristiani, pur in un clima di ferocia e di nefandezze.  È un uomo, in definitiva, che fa capire come non tutti, tra i tedeschi che contavano, avessero perso la ragione, il senso della realtà e quella propensione alla pietas che nel mondo germanico aveva trovato in passato illustri esponenti.
Moellhausen aveva vissuto lungo tempo in Italia e conosceva la nostra lingua al pari del tedesco.  Quando Rahn si spostò al Nord, diventò praticamente l'ambasciatore tedesco a Roma presso lo Stato italiano, a Villa Wolkonsky. 
Già prima del tentativo presso Kappler di cui parlo oltre, Moellhausen aveva dato prova del suo coraggio e del suo equilibrio.  Dopo l’attentato di Via Rasella, di fronte all'intenzione del generale Kurt Maeltzer di far saltare in aria le case di quella via come rappresaglia, gli aveva detto chiaramente che se lo avesse fatto, egli  (Moellhausen)  sarebbe entrato in uno di quegli immobili e così Maeltzer avrebbe fatto saltare in aria anche il console generale
tedesco a Roma.  Maeltzer, rispose in modo arrogante  (secondo alcune fonti era ubriaco), intimandogli di non intromettersi in questioni militari; comunque decise di fermare i soldati tedeschi che intanto erano arrivati con l’esplosivo necessario per radere al suolo tutti gli edifici di Via Rasella.
Moellhausen si recò quindi all'Ambasciata tedesca e da lì telefonò al feldmaresciallo Kesserling, comandante delle forze militari tedesche in Sud Europa, l'unico in grado di fermare ulteriori tentativi di rappresaglia di Maeltzer.  
Ma ancora prima, e precisamente il 6 ottobre 1943, Moellhausen aveva dimostrato di essere ben diverso da quei suoi connazionali fanatici che credevano ciecamente agli ordini di Hitler.  Saputo della decisione di questi di deportare gli ottomila ebrei romani a Mauthausen,  informò i vertici del Reich, a partire dal Ministro degli Esteri von Ribbentrop, che sarebbe stato più utile utilizzare quegli ebrei per rafforzare le difese della Capitale contro il nemico.  E lo fece in un modo che rischiò di costargli la carriera e forse la libertà personale.  Infatti, in un dispaccio a von Ribbentrop usò il termine  “liquidazione”  (parola tassativamente vietata da Hitler)  riferita agli ebrei.     
Ma non basta. 
Moellhausen aveva preso posizione anche contro le efferatezze della Banda Koch, in accordo con Rahn.
Malgrado la sua ferma contrarietà nei confronti dei crimini del nazismo, grazie al talento e a una capacità di mediazione che ne facevano un diplomatico eccellente, Moellhausen rimase tra gli uomini di fiducia di von Ribbentrop, tanto che svolse, per incarico appunto di questi, il tentativo di armistizio con gli Alleati, tentativo avvenuto a Lisbona nel febbraio del 1945.
Su Moellhausen, vorrei ricordare che è autore di due libri : La carta perdente. Memorie diplomatiche: 25 luglio 1943 - 2 maggio 1945, Ediz. Sestante, Roma 1948, presente nella biblioteca del Ministero della Difesa  e   Il giuoco è fatto,  Sansoni, Firenze 1951in cui racconta la sua esperienza come diplomatico.  Due libri che meriterebbero di essere ripubblicati, magari con adeguate note di accompagnamento.
Nel 1967 Moellhausen fondò a Varese un'azienda, che in seguito si chiamerà  Moellhausen S.p.A.  (www.moellhausen.com).  e, dopo di lui, sarà diretta dai figli Luca  (fino al 2009)  e Anthony.  La sede attuale è a Vimercate  (MB);  Tel:+39 03-96856262;  Fax:+39 03-96856263.

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1.  Lei ha già dedicato, ai caduti della Resistenza, romana  e nazionale, diversi importanti lavori.  Non solo: questa è la seconda biografia di illustri militari italiani che sono stati  uccisi alle Fosse Ardeatine.  La precedente era su Sabato Martelli Castaldi  (Il partigiano Tevere), medaglia d’oro e collaboratore dello stesso Montezemolo. Quest’ultimo fu senz’altro la più importante figura antifascista trucidata alle Fosse Ardeatine.  Tra le vittime del massacro del 24 marzo 1944 ci sono altri militari che hanno collaborato con Montezemolo ?  E inoltre:  come si colloca il suo ultimo contributo nella produzione sul fascismo e sulla seconda guerra mondiale, nonché sulla Resistenza e in particolare su quella romana ?  Quali sono, in sostanza, gli elementi che ritiene di aver aggiunto al quadro generale che si conosceva ?  Ancora: ha scoperto altri documenti di particolare rilievo, da utilizzare per nuove pubblicazioni ?  

Sì, ci sono altri militari che hanno collaborato con Montezemolo e che sono stati trucidati dai nazisti alle Fosse Ardeatine.  Vorrei ricordare che Kappler, quando si trattò di compilare l’elenco dei nominativi che dovevano rappresentare la rappresaglia ordinata personalmente da Hitler per l’attentato di Via Rasella, scelse prima di tutto i militari del Fronte Militare Clandestino Romano che erano incarcerati o a Via Tasso o nel terzo braccio della prigione di Regina Coeli, terzo braccio che era la sezione di Regina Coeli gestita direttamente dai tedeschi.  La scelta di Kappler va attribuita alla sua convinzione che Montezemolo  -e i suoi collaboratori-  fossero i più temibili nemici della Germania e quindi, dal suo punto di vista, selezionare prima di tutto gli uomini del FMCR per la rappresaglia aveva un senso ben preciso.


 La divisa di Montezemolo.
Se non sbaglio Kappler aveva anche messo una taglia su Montezemolo.

Esatto, di due milioni di lire: una somma enorme all’epoca.  D’altra parte, Kappler non aveva torto a considerare Montezemolo e gli uomini del FMCR una minaccia per i tedeschi, quando si consideri che il contributo che i militari del Fronte diedero alla Resistenza romana fu molto rilevante, decisivo direi, con un pesante riscontro in termine di perdite umane.  Basti pensare che a Roma, nei nove mesi dell’occupazione tedesca della Capitale (settembre 1943-giugno 1944), il Fronte Militare Clandestino ebbe non meno di 253 caduti, tra militari e civili.  Di questi, almeno 70  (su 335 vittime)  furono assassinati alle Fosse Ardeatine, con una modalità  (colpo alla nuca tramite pistola)  particolarmente efferata.


Quindi Montezemolo non venne fucilato, come si legge in alcune fonti  (per esempio Wikipedia  e sul portale dell'INSMLI). 

No, anche Montezemolo fu trucidato con un colpo alla nuca.  Questa modalità venne decisa dallo stesso Kappler, che peraltro partecipò assieme ad altri ufficiali delle SS alle esecuzioni, anche per dare coraggio a quei soldati che avrebbero potuto manifestare qualche segno di incertezza di fronte appunto ad una procedura così inusuale e feroce.


La strage comunque venne compiuta dalle SS, non da soldati della Wehrmacht: è così ?

Sì, a compiere il massacro furono le SS.
Ma per tornare alle vittime della Resistenza romana durante l’occupazione tedesca, vorrei ricordare che ai 253 caduti citati sopra, vanno aggiunti altri 28 che furono uccisi tra Forte Bravetta, La Storta e Forte Boccea. 
Per il loro eroismo, i componenti del FMCR sono stati insigniti di un alto numero di decorazioni.  Basti pensare che in soli nove mesi di occupazione tedesca, al FMCR furono assegnate ben 27 medaglie d’oro al valor militare, 22 medaglie d’argento e 54 medaglie di bronzo. 
Ferruccio Parri
Un bilancio assolutamente straordinario, che testimonia il contributo eccezionale di Montezemolo e del FMCR alla guerra di liberazione. 
Per quanto riguarda proprio Montezemolo, Ferruccio Parri, 
nel Dopoguerra, scrisse che il riscatto dal pauroso naufragio morale dell’8 settembre era avvenuto attraverso alcune figure di militari e citò tre nominativi di particolare spessore: Perotti a Torino, Rossi  a Genova  e Montezemolo a Roma.  Quindi lo stesso Parri, un padre della Patria, della Repubblica, testimoniò che Montezemolo era stato una delle figure più importanti della Resistenza italiana ad opera dei militari.
Malgrado ciò, nei miei incontri in varie parti d’Italia per presentare il libro, ho dovuto constatare purtroppo che ben pochi, anche tra gli adulti, sapevano qualcosa di questo illustre personaggio.  
In genere, il suo cognome veniva accostato a quello di Luca Cordero di Montezemolo, già presidente di Confindustria e attuale presidente della Ferrari.
Le decorazioni di Montezemolo.
In realtà, Giuseppe Montezemolo assurge ad esempio, a simbolo, di come, nella storia della Resistenza, l’apporto dei militari e dei moderati alla guerra di liberazione sia stato spesso ignorato o cancellato dalla storiografia.  A questi uomini è toccato lo stesso destino che hanno subito per tanto tempo gli internati militari italiani, rimasti nell’ombra per decenni.
La figura di Montezemolo, quindi, è importante anche perché, con la conoscenza della sua storia personale, si rimedia ad una ricostruzione della Resistenza che, come ha dichiarato nel suo brillante intervento Carlo Ripa di Meana, presentando il libro al Museo Storico della Liberazione di Via Tasso, finora è stata una narrazione parziale di quello che è veramente accaduto in quei tragici mesi che vanno dal settembre 1943 all’aprile-maggio 1945.  


Locandina di una
delle tante presentazioni del libro.
E in quest’opera di chiarificazione lei ha apportato un contributo fondamentale, visto che, se non erro, la sua è la prima biografia organica su Montezemolo, un testo che colma un vuoto durato per decenni su questo personaggio.

È così.  Recensendo il libro, il collega storico Andrea Rossi, ha fatto i nomi di Carlo Pisacane, per quanto riguarda il Risorgimento ed Enrico Toti per la Grande Guerra.  Rossi ha evidenziato il fatto che sarebbe un po’ come se di  questi due grandi eroi si fosse parlato soltanto settant’anni dopo.  Un paragone calzante, che fa capire anche qualcosa delle scelte di una parte almeno dei nostri storici.  La stessa cosa vale per Montezemolo. 


2.   Tra i diversi ruoli che ha ricoperto, anche prima di diventare un capo della Resistenza, in quale Montezemolo ha dato il meglio di sé: quello strettamente militare, di intelligence, politico, diplomatico  (rapporti con gli alleati) ?  O che altro ?  

 Monumento
a  Giuseppe Dezza
Montezemolo è un militare che proviene da una famiglia di militari: sia il nonno paterno che il padre  (generale dell’esercito)  avevano indossato la divisa.  Il nonno materno, Giuseppe Dezza, era un garibaldino di un certo rilievo. Basti pensare che organizzò un incontro molto importante tra lo stesso Garibaldi e Vittorio Emanuele II.  Ma in precedenza, parecchi degli  antenati del colonnello Montezemolo avevano partecipato attivamente alla      storia militare d’Italia, servendo agli ordini dei Savoia.  Si può quindi affermare che già nel DNA di Montezemolo, nei suoi cromosomi, c’è il patriottismo. Tra l’altro, giovanissimo studente liceale (quattordici anni) si schierò per l’intervento nella Grande Guerra e ad appena diciassette anni si arruolò volontario nel corpo degli alpini.  Alla luce di questo quadro, posso rispondere che Montezemolo è, prima di tutto, un grande militare, un soldato di prim’ordine, che partecipa a ben quattro guerre: il primo conflitto mondiale;  la guerra di Spagna dalla parte di Franco;  la seconda guerra mondiale;  la guerra di liberazione.  E nel corso di questi conflitti riceve un alto numero di medaglie e di riconoscimenti prestigiosi per meriti bellici, non solo da parte dello Stato italiano, ma addirittura, per quanto riguarda  la seconda guerra mondiale, da parte degli alleati dell’epoca, cioè della Germania.  Montezemolo è un militare con un talento e competenze decisamente superiori alla media, qualità che gli permisero di avere ai suoi ordini anche dei generali, il che non sempre veniva accettato serenamente da questi ultimi. 
D'altra parte, non mancava certo di doti politiche e diplomatiche, come ha dimostrato per esempio durante il periodo della sua guida dell’ FMCR.  Queste sue doti emergono anche dal fatto che riesce a dialogare pure con quei settori del CLN a maggioranza social-comunista, che peraltro avevano scelto proprio lui   -fervente cattolico, monarchico, anticomunista e per di più  ‘semplice’  colonnello-  come interlocutore; non volevano avere a che fare con i generali.
Nel Dopoguerra Montezemolo avrebbe potuto facilmente dimostrarsi un politico di prima vaglia, nella nostra Repubblica.  Nel referendum istituzionale  (1946)  avrebbe scelto la monarchia, anche se in seguito non avrebbe votato Partito Monarchico. Da buon militare, rimane fedele ai Savoia, anche per tradizioni familiari, ma non è disposto ad appoggiare formazioni politiche che, pur rifacendosi ad ideali monarchici, in realtà si presentano agli elettori con candidati dal passato non sempre limpido e con un programma in cui non mancano le zone d’ombra.

3.  Nelle innumerevoli recensioni che hanno accompagnato il libro, colpisce soprattutto il ricorso alla formula “Un eroe dimenticato”  ("La Nazione", "Il Giorno", "Il Resto del Carlino", "Pagine Ebraiche", Blog di Dino Messina sul "Corriere"; per non parlare della stampa locale e di quella web).   Secondo lei, si tratta di una presentazione adeguata, visto che comunque, anche se la bibliografia  su di lui non è particolarmente ampia, in questi anni Montezemolo è stato oggetto  (a parte le commemorazioni)  di studi e di dibattiti ad alto livello ?  La sua biografia è certamente la più completa che sia apparsa finora sul colonnello partigiano, ma vorrei ricordare, oltre ai testi a stampa precedenti  (libri e articoli, e tra questi ultimi, segnalo almeno i suoi), soltanto il convegno svoltosi alla Camera dei Deputati il 24 marzo 2009, in occasione del 65° anniversario del sacrificio di Montezemolo e delle Fosse Ardeatine.  Qui  e  qui  le registrazioni e il video di quanti sono intervenuti al suddetto convegno, aperto da un discorso del Presidente della Camera  (v. anche, sopra, il video della nota n. 4).
 Roburent  (CN): ricordo
di Montezemolo e D'Acquisto.
Del silenzio su Montezemolo parla poi Paolo Mieli nella risposta ad un lettore .   Forse bisognerebbe chiedersi piuttosto per quale motivo gran parte degli storici accademici non ha ritenuto di doversi occupare di Montezemolo, malgrado il ruolo decisivo che egli ha svolto nella Resistenza.  A che cosa si deve attribuire, a suo giudizio, questa ‘amnesia’ ?  E inoltre: ritiene che ci siano altri nomi, nella Resistenza italiana, tenuti ancora in ombra e comunque non sufficientemente studiati e valorizzati ? 

Certo, io non sono il primo ad essermi interessato di Montezemolo.  Vorrei ricordare, ad esempio, il pregevole libro di Sabrina Sgueglia 1  presentato alla Camera nel 2009  (come ricordo anch’io nell’Introduzione).  Il lavoro di questa ricercatrice, però, ha avuto diffusione soprattutto nell’ambiente militare e comunque parla dell’FMCR, non tanto di Montezemolo, della sua vita, del suo pensiero, della sua azione politica.  Effettivamente, come lei osserva, io sono stato il primo ad aver scritto una biografia completa ed aggiornata su questo eroe della nostra Resistenza.  Un eroe di cui comunque non si parla ancora a  sufficienza.   
L’amnesia di cui lei parla, l’oblio e il silenzio che hanno avvolto Montezemolo e il FMCR, dipendono in primo luogo dal fatto che lui era un moderato e un monarchico, un personaggio cioè scomodo, non compatibile con gli indirizzi resistenziali prevalenti.  Non bisogna dimenticare che nel clima di guerra fredda che è durato per decenni, si è imposta nel nostro Paese un’idea della Resistenza fatta soltanto da comunisti e socialisti e comunque da uomini di sinistra, con qualche rara presenza di esponenti  di altri partiti, ad esempio di quello d’Azione. 
D’altra parte, le nostre FF.AA. non vollero  (o non seppero) valorizzare il grande contributo che i militari italiani hanno dato alla guerra di liberazione.  Un contributo che si è espresso in tanti modi: internati militari, il Corpo Italiano di Liberazione, i gruppi militari come l’FMCR, vari episodi all’indomani dell’8 settembre  (vedi ad esempio il massacro di Cefalonia).   Ma neanche i moderati ebbero interesse a valorizzare la pagina della Resistenza, anche perché si trattava comunque di una fase storica che rappresentava un ribaltamento dell’ordine costituito precedente, mentre i moderati in un certo qual modo si servirono della continuità dell’apparato statale fascista, pur in un quadro rinnovato alla luce della Costituzione e delle riforme.  Sul fronte opposto, le sinistre esaltavano soltanto i loro eroi, escludendo quanti appartenevano ad altri schieramenti politici.     
Il risultato finale è questo  "capolavoro"  ambiguo del racconto di una Resistenza  'monca', una Resistenza fatta soltanto dai partigiani con i fazzoletti rossi e dai gappisti nelle città, mentre la Resistenza fu molto altro, fu un fenomeno assai più ampio e articolato.  Insomma, un’immagine, come si può intuire, non corrispondente alla realtà. Un personaggio come Montezemolo, moderato, monarchico, cattolico, anticomunista, non poteva certo essere ben visto da gran parte della Resistenza.  Ma se è vero, come è vero, che la Resistenza è stata un fenomeno di massa, è legittimo, e doveroso, ricordare che quanti hanno combattuto per essa non erano  -e non potevano essere-  espressione di un unico pensiero o movimento politico.  È necessario ridare voce e dignità a tutti coloro i quali, indipendentemente dall’orientamento politico, si sono opposti con le armi, rischiando la loro vita e quella dei loro cari, alla violenza nazi-fascista per la liberazione dell’Italia. 


4.  Lei rappresenta un magnifico esempio di studioso e di autore di saggi di storia contemporanea che utilizza da anni, per la ricostruzione di periodi storici o della vita di singoli personaggi, fonti spesso ignorate e comunque giudicate con una certa sufficienza dagli storici accademici, quelli per i quali valgono soltanto, o quasi esclusivamente, i documenti d’archivio, e diffidano di tutte le altre fonti.  Questo suo volume, con interviste a testimoni dell’epoca e la riflessione su libri di memorie, l’analisi di centinaia di documenti  (molti dei quali inediti o rari e introvabili), saggi, libri e la consultazione degli archivi familiari  -oltre, ovviamente, al lavoro negli archivi ufficiali, nello specifico dello Stato Maggiore dell’Esercito-, costituisce una delle tante manifestazioni di tale approccio.  Condivido pienamente la sua impostazione metodologica, perché anch’io sono convinto che non sempre, all’interno degli archivi, si trovi tutto il materiale per la realizzazione di un’opera veramente completa e attendibile.  Gli archivi costituiscono una parte fondamentale del lavoro dello storico, certo, ma non devono rappresentare l’unica fonte. L’apporto che possono fornire le testimonianze  (di cui non si trova traccia negli archivi)  di chi ha vissuto in prima persona determinati eventi e comunque raccolto con fedeltà i ricordi dei presenti, rappresenta un patrimonio difficilmente sostituibile, uno scrigno prezioso di memorie, di conoscenze, di emozioni, di calore umano, che può arricchire in modo determinante qualunque ricostruzione storica.  Testimonianze e ricordi assumono infatti spesso il valore di documenti eccezionali di vita vissuta con una forte carica di coerenza, di impegno e di sano idealismo, rivelano particolari inediti, destinati altrimenti a rimanere ignoti, disegnano ritratti psicologici essenziali per la comprensione del passato.  Se così non fosse,  non si capirebbe il perché di certi progetti varati da tempo, come quello di un archivio di testimonianze orali dei sopravvissuti alla  Shoa  . Nella realizzazione di quest’opera, qual è stato l’incontro che l’ha maggiormente gratificata sul piano professionale  (e anche umano) ? 

Sì, anche in questo volume, che è appunto una biografia, io cerco di seguire un metodo che è un po’ diverso da quello tradizionale.  In primo luogo, però, documento rigorosamente tutto ciò che scrivo: non per nulla, la parte finale del volume è costituita da trentanove pagine di note, che attestano che tutto ciò che scrivo è frutto di una ricostruzione dettagliata e verificabile e non di una narrazione romanzata.  Nelle note si trovano documenti di vario genere: lettere, diari, testimonianze, precisi riscontri rispetto a quanto affermo nel testo. La decisione di porre le note alla fine è stata presa di comune accordo con l’editore, per non appesantire la lettura di chi non è interessato a questo tipo di approfondimento.                                                                           
Uno degli elogi che ho più apprezzato è stato quello di Aldo Cazzullo, il quale, recensendo il libro per il  “Corriere”,  ha definito l’opera “un romanzo non romanzato”.  È una definizione che trovo appropriata, perché non c’è bisogno di romanzare una storia di per sé così commovente, interessante, intrigante, emozionante.  Basta semplicemente raccontarla, far parlare i protagonisti e chi ha vissuto quei momenti, dar voce ai documenti. Personalmente sono contrario a romanzare i fatti storici.

Alessandro Manzoni
D’altronde, anche Manzoni arrivò alla stessa conclusione, quando si rese conto che la storia romanzata è un ibrido che serve a ben poco  (Del romanzo storico e, in genere, de' componimenti misti di storia e d'invenzione).

Già.  Ma per tornare alla domanda di prima, devo aggiungere che gli incontri più emozionanti sono stati quelli con i figli di Giuseppe Montezemolo, in particolare Adriana e Andrea, che mi hanno aiutato molto nella ricostruzione della vita del padre, con grande disponibilità e dimostrandosi oggettivi e umili.  Nella presentazione del libro al Museo della Resistenza di Roma, il figlio di Montezemolo, il cardinale Andrea, ha detto di aver letto il volume d’un fiato e di aver rivissuto quei terribili momenti del suo passato.  Una testimonianza che ho apprezzato particolarmente e che mi ha gratificato molto, perché era mio intento ricondurre il lettore a quella carica di emozioni, di drammi, di eroismo, di tragicità, di umanità, che ha caratterizzato quel periodo storico.


5.  La vicenda di Montezemolo, oltre che un mirabile esempio di riscatto dall’oppressione nazi-fascista e di riaffermazione dell’identità nazionale attraverso il sacrificio della propria esistenza, rappresenta anche, purtroppo, un esempio di tradimento.  Il capo del Fronte Militare Clandestino di Roma, infatti, venne arrestato il 25 gennaio 1944, imprigionato a Via Tasso, torturato durante una detenzione di 58 giorni e trucidato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944.  All’origine di tutto questo c’è una delazione.  La tesi secondo cui a tradirlo sia stato un altro monarchico come lui, che avrebbe rivelato il suo nome sotto tortura da parte dei tedeschi e in cambio sarebbe stato rilasciato, è sicuramente provata o sono ancora valide altre ipotesi ?  Per esempio, quella che a segnare la fine di Montezemolo sia stata la volontà dell’ala massimalista del PCI, che non vedeva di buon occhio il fatto che Montezemolo intrattenesse ottimi rapporti con Giorgio Amendola e altri esponenti comunisti moderati e inoltre avesse predisposto un piano per assumere il comando di Roma nel caso di una ritirata dei tedeschi  (un piano, evidentemente, che contrastava con la linea del PCI intransigente). 
Tessera di riconoscimento
di Montezemolo nel periodo della clandestinità.
E inoltre: che consistenza assunse  il fenomeno appunto della delazione all’interno della Resistenza, soprattutto di quella romana ?  E quali erano i motivi più frequenti per i quali si tradiva ?  Tortura ?  Ricatto da parte dei nazi-fascisti ?   Denaro ?   Rancori personali ?   O che altro ?  Infine : per quale motivo, viene da chiedersi, quando il generale Quirino Armellini, inviato a Roma dal governo di Brindisi con l’incarico di  ‘sorvegliare’  Montezemolo per certe sue frequentazioni comuniste  (appunto Amendola e altri esponenti del PCI; in sostanza, Montezemolo era considerato quasi un reazionario dall’ala massimalista del PCI, mentre il re e alcuni dei suoi collaboratori diffidavano delle sue frequentazioni con uomini del PCI, sia pure moderati), chiese allo stesso di scambiare il colonnello con un prigioniero tedesco di pari rango, Badoglio non fece nulla in tal senso ?  Eppure Montezemolo, già segretario di Badoglio, era in contatto con il medesimo governo del sud e, anzi,  agiva in suo nome.   Che ruolo ha giocato il re in questa vicenda del mancato scambio di prigionieri ?  Ancora: i torturatori di Montezemolo erano italiani o tedeschi ?  Se ne conosce l’identità ?  Qualcuno di loro ha scontato con la reclusione i suoi crimini ?   Durante la prigionia di Montezemolo a Via Tasso, la sua famiglia  -anche se era stata costretta alla clandestinità-  e altri parenti, cercarono di liberarlo.  Il fratello Renato pensò ad un colpo di mano, mentre la cugina il 19 marzo 1944  fu ricevuta in udienza  dal Papa.  Può fornire maggiori dettagli su questi due tentativi ?  In particolare: in che cosa consisteva il piano del fratello e quali erano eventualmente i canali che Pio XII si proponeva di utilizzare per condurre l’impresa ?  Ci furono altri tentativi per liberare Montezemolo  (p.e.: contatti con ambasciate di paesi neutrali, con particolare riguardo alla Svezia e alla Svizzera, per una intermediazione) ?   


Sull’arresto di Montezemolo esistono diverse ipotesi, ma è un terreno  su cui bisogna muoversi con cautela, anche per evitare azioni legali da parte dei parenti degli interessati.  Di sicuro escluderei l’intervento dell’ala massimalista del PCI, perché il PCI a Roma era compatto, non esisteva una fronda contro Amendola.  Non ritengo convincente la tesi secondo cui i massimalisti del PCI abbiano voluto far fuori Montezemolo.   
Armellini provava una certa invidia nei confronti di Montezemolo  (forse lo odiava),  proprio perché Montezemolo era inferiore di grado. E già questo era un forte elemento di diffidenza e di rancore; in più, il fatto che Montezemolo fosse considerato dal CLN un interlocutore privilegiato non era certo gradito ad Armellini.  
Certamente la delazione   -nei confronti di Montezemolo ma anche di altri patrioti italiani, spesso denunciati da infiltrati-  ci fu, e purtroppo non va ad onore di una parte della popolazione italiana, che si piegò  (per necessità o per convinzione)  alle logiche del nazi-fascismo.  Questa subordinazione emerge in modo decisamente pesante dalle modalità dell’arresto.  Montezemolo venne infatti arrestato il 25 gennaio 1944, mentre stava uscendo da una riunione clandestina, da poliziotti italiani.  Questi stessi poliziotti però, poco dopo, lo consegnarono alle SS che erano appostate nelle vicinanze.  Si tratta, insomma, di una delle tante prove del collaborazionismo che ci fu tra gli apparati italiani di repressione e le forze tedesche.   
I torturatori erano tedeschi, perché il carcere di Via tasso era nelle mani  dei tedeschi.  Non se ne conosce l’identità.   
Effettivamente, la famiglia di Montezemolo cercò di organizzare un colpo di mano per liberarlo; il generale Sabato Martelli Castaldi, anche lui detenuto a Via Tasso, fece arrivare ai familiari di Montezemolo una mappa della prigione.  Il PCI cercò di organizzare un piano per liberare tutti i detenuti, ma all’ultimo momento questo tentativo fu abbandonato.  Il papa tentò di fare qualcosa attraverso il suo braccio destro, Montini, futuro Paolo VI, ma senza esito, per la forte ostilità di Kappler verso Montezemolo.                             
Pio XII tra gli abitanti del quartiere romano di
San Lorenzo dopo il bombardamento del luglio 1943.
Altri tentativi, invece, andarono a buon fine, come ad esempio quello di Giuliano Vassalli, il quale fu liberato grazie al Vaticano.  


6.  Come già osservato, Montezemolo figura tra le vittime delle Fosse Ardeatine.  Lei ha dedicato alcuni lavori a questo episodio, comprese interviste a Rosario Bentivegna  (v. ad esempio: Roma occupata scelse la Resistenza).  Di fatto, anche se Montezemolo era contrario a questo tipo di azioni, e malgrado la circostanza che la sua struttura, d’impronta moderata e monarchica, si ponesse in concorrenza con quella dei GAP,  la fornitura delle armi, delle bombe e soprattutto dell’esplosivo nascosto nel carretto di Rosario Bentivegna, furono possibili proprio grazie al suo gruppo (l’azione partigiana, comunque, venne autorizzata da Giorgio Amendola).  Tuttavia, a parte l’aspetto giudiziario  (che ha coinvolto in primo luogo Bentivegna), come sa, il dibattito sull’episodio nel corso degli anni è stato piuttosto vivace, con giudizi di esplicito biasimo verso la scelta dei GAP.  Ancora oggi, non mancano coloro i quali sollevano delle obiezioni sull’opportunità dell’azione partigiana e sul modo di rispondere all’ultimatum tedesco di consegnare gli esecutori dell’attentato (ammesso che tale ultimatum ci sia stato).  In sostanza, le critiche sono riassumibili, almeno in parte, nei seguenti punti :   

a.  i tedeschi avevano avvertito, con una serie di manifesti affissi nella Capitale diverso tempo prima di Via Rasella, dell’inevitabile rappresaglia in caso di azioni partigiane contro di loro, indicando già il rapporto di uno a dieci;                                           

b.  i soldati tedeschi periti nell’attentato, appartenenti all’ 11a compagnia del 3° battaglione di polizia militare “SS-Polizei-Regiment Bozen”  (reggimento formato da tre battaglioni), erano  altoatesini  (in origine italiani di lingua tedesca, poi optarono per la cittadinanza germanica, quando i tedeschi annessero al Reich quei territori), erano perlopiù riservisti adibiti a funzioni di ordine pubblico, non erano stati impegnati in prima linea  (anche per modesta prestanza fisica: alcuni di loro erano stati dichiarati inabili al combattimento e ad altre funzioni belliche)  e fino ad allora non si erano macchiati di efferatezze.  A conferma della tesi secondo cui si sarebbe trattato di un obiettivo poco mirato, si cita il fatto che il comandante del 3° battaglione, il maggiore Helmut Dobbrick, quando gli venne ordinato di procedere alla rappresaglia, sentiti i suoi uomini, oppose un netto rifiuto, a cui seguì la denuncia del suo superiore Kappler al generale Karl Wolff, comandante del reggimento Bozen  (in realtà senza conseguenze per Dobbrick).  Se i soldati del "Bozen" fossero stati delle iene, si fa notare, non avrebbero certo respinto la prospettiva di vendicarsi, tanto più che provenivano da una zona dove la politica di italianizzazione forzata imposta da Mussolini aveva provocato malcontento e ostilità tra i germanofoni. 
 Il laconico comunicato del comando tedesco 
in cui si dava notizia della scomparsa di Montezemolo.

c.  Vittime dell’attentato furono anche cittadini italiani che passavano per quella via  (o nelle immediate vicinanze), del tutto ignari di quanto stava accadendo.  Ancora oggi non si conosce il numero esatto di vittime tra gli italiani, ma certamente, secondo molti, furono di più di quelle dichiarate ufficialmente.

d.  Gli effetti della deflagrazione furono amplificati dal fatto che i soldati del “Bozen” avevano addosso delle bombe a mano, che esplosero assieme a loro, producendo tra l’altro ulteriori danni negli edifici della zona  (molti dei quali appartamenti di civili).  I gappisti, si fa notare, non potevano ignorare questo 'dettaglio', visto che avevano studiato l'attentato per giorni.

e.  Una volta riavutisi dalla sorpresa, i soldati tedeschi superstiti cominciarono a sparare contro le finestre degli appartamenti di Via Rasella, perché credevano che l’esplosivo fosse stato lanciato da una di quelle finestre.  Anche questo particolare non poteva essere ignoto agli attentatori.

f.  A fronte della sicura ritorsione tedesca   (in base ai manifesti già citati, e quindi a prescindere dal fatto che l'ultimatum ci sia stato o meno), i partigiani che parteciparono all’azione non ritennero opportuno presentarsi al comando tedesco per evitare la vendetta.         

Quest'ultimo aspetto, forse, è quello più controverso e meriterebbe ulteriori approfondimenti.  Secondo lei, se lo avessero fatto, l’eccidio delle Fosse Ardeatine si sarebbe evitato o non sarebbe cambiato niente ?  Su questo punto ancora oggi esiste una forte divergenza di opinioni, che talvolta lasciano spazio a giudizi di condanna forse troppo frettolosi e comunque poco ponderati.  Resta però  il fatto che in altre circostanze  -per esempio negli episodi di Salvo D’Acquisto  (settembre 1943)  e in quello di Fiesole dell’agosto 1944, dove i tre giovani carabinieri Vittorio Marandola, Alberto La Rocca e Fulvio Sbarretti, si consegnarono ai tedeschi-  questi ultimi si accontentarono del loro sacrificio, risparmiando la vita di ventidue ostaggi destinati alla fucilazione nel caso del primo e di dieci vittime scelte tra gli abitanti del luogo per il secondo.  In altre situazioni, invece, i tedeschi si comportarono in modo decisamente criminale.  Valga, a titolo di esempio, il caso di Vincenzo Giudice: le 72 persone  (tra cui diversi bambini)  scelte come capro espiatorio per l’uccisione di un soldato tedesco  (uno solo) vennero ugualmente massacrate, malgrado la sua offerta di sostituire gli ostaggi con la sua vita  (16 settembre 1944).  (A tutti e quattro gli eroi citati, oltre che a D’Acquisto, è stata conferita, alla memoria, la medaglia d’oro al valor militare . V. anche la commemorazione del 2012, del 68° anniversario del sacrificio di Fiesole.)  D’altronde, nel 1999 la Corte di Cassazione ha riconosciuto la legittimità dell’azione di Via Rasella e la stessa Cassazione, con sentenza del 2007, nel confermare che l’azione dei GAP andava considerata come un  "legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante", ha precisato che i tedeschi non avevano diffuso alcuna richiesta di consegna agli autori dell’attentato, per evitare la rappresaglia.  Inoltre, la stessa comunità ebraica romana, come lei ha ricordato sul portale dell’ebraismo italiano, "Moked" , in occasione della scomparsa di Rosario Bentivegna, lo considera un eroe, malgrado il fatto che tra le 335 vittime delle Fosse Ardeatine figurino ben 75 ebrei.


Il dibattito su Via Rasella è ancora in corso, ma esistono dei punti fermi dai quali non si può prescindere.
Sicuramente Montezemolo, come lei ricorda, era contrario ad azioni militari contro i tedeschi nelle città  (soprattutto a Roma)  e lo scrisse nelle direttive che inviava ai gruppi di patrioti che operavano nell’Italia occupata.  Il suo timore era proprio quello delle rappresaglie. Per quanto riguarda i manifesti, vorrei ricordare che non risulta che i tedeschi abbiano affisso dei manifesti o che ci siano stati annunci radiofonici per invitare gli autori dell’attentato a consegnarsi.  Non esistono documenti al riguardo, né cartacei né audio. 
Circa i soldati tedeschi periti nell’attentato, vorrei sottolineare che comunque i militari del reggimento "Bozen"  in seguito furono impiegati anche in azioni di rappresaglia contro i civili.  D’altra parte, i partigiani non sapevano che erano altoatesini. E in ogni caso erano altoatesini che avevano optato per la cittadinanza tedesca al momento dell’annessione dell’Alto Adige al Reich.  A loro merito va comunque osservato che, come io scrivo nel libro e come lei evidenzia, il loro comandante si rifiutò di partecipare alla rappresaglia, per motivi religiosi.  Sulle vittime italiane dell’attentato, è vero, almeno due italiani perirono a seguito dell’azione. Comunque, poco prima dell’attentato, i gappisti avevano cercato di allontanare gli italiani che stavano passando per quella via e in parte ci riuscirono, stando almeno alle loro testimonianze.
L'ingresso delle Fosse Ardeatine ieri 

 e oggi.
Sul fatto che gli autori dell’attentato non si siano consegnati ai tedeschi, vorrei ricordare, oltre a quello che ho detto prima circa l’assenza di annunci stampa o radiofonici, che la rappresaglia venne organizzata ed eseguita nella massima segretezza e in tempi strettissimi  (circa 24 ore), per cui nessuno poteva sapere qualcosa prima della strage.  Si seppe qualcosa solo il giorno dopo, quando l’agenzia Stefani pubblicò l’annuncio dell’attentato e della ritorsione, annuncio che terminava con la frase  “L’ordine è già stato eseguito”.  D’altronde, non bisogna dimenticare la scelta del sito in cui venne compiuta la rappresaglia, appunto le Fosse Ardeatine  (un luogo fuori dalla città e molto appartato), nonché le misure adottate per nascondere l’eccidio, con una serie di esplosioni che dovevano impedire l’accesso al luogo della strage.  Inoltre, quando, nelle ore successive, i familiari delle vittime si presentarono a Via Tasso e a Regina Coeli per avere notizia dei loro cari, i tedeschi celarono il fatto che erano stati uccisi nella rappresaglia. Soltanto dopo alcuni giorni i familiari ricevettero la scarna comunicazione della scomparsa dei loro cari.  Tutti questi dati rappresentano prove abbastanza inequivocabili del fatto che i tedeschi volevano agire in assoluta segretezza e in tempi strettissimi, perché erano ben consapevoli del crimine che avevano commesso.   

Forse è anche per questo che, secondo alcune fonti, i soldati tedeschi che parteciparono al massacro erano ubriachi  2 D’altra parte, non tutti i tedeschi si comportarono come belve.  Basti pensare ai tentativi portati avanti dal console generale a Roma Friedrich Eithel Moellhausen  per evitare che la rappresaglia assumesse proporzioni apocalittiche, come quelle che all’inizio aveva fatto capire Hitler  (distruzione di un intero quartiere con tutti i suoi abitanti; uccisione di almeno 50 italiani per ogni tedesco perito nell’attentato).  Come disse a Kappler in un ultimo, disperato tentativo per evitare la strage: “Non ho autorità per intervenire. Ma sono venuto per supplicare di non consegnare al plotone di esecuzione degli innocenti, per scongiurare di riflettere bene sulla tremenda responsabilità che implica questa rappresaglia, davanti agli uomini e soprattutto davanti a Dio”.  

In ogni caso, i comandi tedeschi presero tutte le precauzioni per impedire che si sapesse qualcosa.                                                      
L'esempio di Salvo D’acquisto non è particolarmente indicativo, perché lui era presente ai fatti e quindi conosceva perfettamente le intenzioni dei tedeschi. 
D’altronde, come lei fa notare, anche la giustizia italiana ha riconosciuto che l’atto di Via Rasella andava considerato come una legittima azione di guerra.  
Si può discutere sull’utilità o meno dell’atto, ma vorrei ricordare che, ad esempio, le radio alleate magnificarono subito l’azione, un giudizio che legittimava l’attentato e dava coraggio e impulso a tutti i gruppi partigiani che operavano in Italia.
D'altro canto, sull'altro piatto della bilancia, ci sono le 335 vittime della rappresaglia.  
  
La lettera del generale Alexander
alla moglie di Montezemolo.

 7.  Tra le tante recensioni, spicca senz’altro quella dell’ "Osservatore  Romano"  del 25 aprile 2012.  Non capita spesso che il quotidiano ufficiale della Chiesa si occupi della Resistenza.  A cosa attribuisce questa speciale attenzione, mostrata per di più in un giorno particolarmente carico di significati storici ed etici  (il 25 aprile, appunto) ? 

L’"Osservatore Romano"  ha dimostrato più volte attenzione per gli ebrei e la Resistenza, come ho potuto rilevare nel corso degli anni. Non bisogna dimenticare che Montezemolo era un fervente cattolico, oltre che un patriota.


8.  Per molti anni in Italia la storiografia e il dibattito sulla Resistenza hanno praticamente ignorato  -e comunque mantenuto ai margini-   i contributi  alla liberazione da parte di movimenti politici moderati e in ogni caso non di sinistra, nonché la partecipazione all’epopea resistenziale di esponenti delle forze armate, a meno che non manifestassero simpatie per la sinistra.  Ritiene che oggi la situazione sia mutata, oppure il cammino da fare è ancora lungo ?
 Federico Orlando
I militari, anche se hanno dato un grande contributo alla lotta di liberazione, affrontando con grande coraggio e dignità il loro destino di martiri, compaiono in prima fila tra gli esclusi, come ha ricordato Federico Orlando su Europa del 25 aprile 2012 .  
 Non contribuisce a rimuovere la convinzione che in alcuni ambienti di sinistra non amino molto parlare di certi argomenti, il fatto che il suo libro sia stato recensito da un numero relativamente modesto di giornali dichiaratamente di sinistra. 
  
Qualcosa è cambiato, ma c’è ancora parecchio cammino da fare.  Basti pensare che qualcuno ha trovato scorretto l’accostamento di Montezemolo alla Resistenza, anche nel titolo, perché  -in base agli schemi tradizionali-  un militare non si schiera per una parte, per una fazione, ma per l’intero paese. Il titolo è sembrato inopportuno, eccessivo, quasi che definire partigiano un ufficiale fosse un insulto o qualcosa del genere. Sicuramente lo stesso Montezemolo preferiva dichiararsi un patriota, piuttosto che un partigiano, proprio perché, con questa seconda definizione, soprattutto in quel periodo si indicava una connotazione politica ben precisa.  Io e la Casa Editrice abbiamo scelto il titolo con un pizzico di provocazione, ma anche, e soprattutto, con l’obiettivo di superare, una buona volta, quelle contrapposizioni tra partigiani che potremmo definire ‘classici’  da una parte e militari, internati militari, moderati, dall’altra. 
Negli ultimi tempi il clima è un po’ cambiato, grazie anche a Ciampi e a Napolitano.  Per non parlare dell’intensa attività svolta dall’ANPI, della quale faccio parte a livello direttivo, per far conoscere in tutta Italia le diverse anime della Resistenza  -compreso proprio Montezemolo-  con pubblicazioni, conferenze, convegni, mostre, incontri nelle scuole.  Spero che la Resistenza venga considerata un memoria collettiva e un valore comune di tutto il paese, non solo di uno schiarimento.



9.   Come già accaduto per altri suoi lavori precedenti, il libro  -accolto in modo decisamente favorevole, a tratti entusiastico, dalla critica-  ha esaurito la prima edizione nel giro di poche settimane, e la seconda, a quanto pare, è in fase di esaurimento.  A cosa attribuisce soprattutto il  successo nelle vendite, abbastanza eccezionale direi  (oltretutto in tempi di crisi economica), visto che si tratta della biografia di un militare sconosciuto alla stragrande maggioranza degli Italiani ?  Forse al richiamo di quel cognome e alla sua inevitabile associazione con quello di Luca Cordero di Montezemolo ?  E inoltre: quali sono state le reazioni dei Montezemolo  (a partire dal più noto, Luca Cordero)  al libro ?  E quali, invece, quelle degli ambienti militari italiani ? 

I commenti più numerosi che ho ricevuto a proposito di questo libro, sia per e-mail che su Facebook, mettono in evidenza soprattutto la forte emozione che ha suscitato nei lettori, grazie anche alla sua leggibilità, malgrado la ricostruzione rigorosa dei fatti.  
Per le reazioni della famiglia Montezemolo, mi ricollego a quanto ho già detto.


 Sabato Martelli Castaldi

10.   In base alle convenzioni internazionali, gli infermi e i malati non potevano essere giustiziati.  Eppure, Montezemolo giunse alle Fosse Ardeatine con i segni evidenti delle torture che gli erano state inflitte nella prigione di Via Tasso.  Esistono altri casi come lui ? 

Sì, purtroppo, oltre a Montezemolo, arrivarono alle Fosse Ardeatine dopo le efferate sevizie a cui erano stati sottoposti, altri militari, tra cui il generale Sabato Martelli Castaldi.  Molte delle vittime furono portati alle Fosse Ardeatine dopo le torture che avevano subito a Via Tasso.


11.   Per i suoi crimini, Kappler è stato denunciato da diversi familiari delle sue vittime.  Le risulta che anche la famiglia Montezemolo si sia associata a tali denunce ?   E inoltre: la Germania ha risarcito i familiari delle sue vittime, oppure, anche in questa circostanza, si è comportata come si comporta sempre più spesso  (v. per esempio: L'archiviazione della strage di S. Anna di Stazzema : " È un atto grave e inaudito.").    

Sicuramente alcuni esponenti della famiglia Montezemolo hanno assistito  ai processi, ma non so se si siano costituiti contro Kappler.  È un aspetto della questione che dovrei approfondire.


12.  È  stato scritto che  “Il libro dovrebbe diventare obbligatorio in tutte le scuole di formazione militare, dalla Nunziatella ed il Morosini alle Accademie militari che formano la creme de la creme dei Corpi della Difesa. Perché ne esce il ritratto di un uomo "vero", dai sentimenti di fedeltà alla Patria ed alla famiglia che commuovono ed esaltano. E quasi fanno dire: ma allora non è solo frutto della fantasia da romanzo il comportamento coerente e fiero di chi fa il proprio dovere fino alle estreme conseguenze!”  (La biografia di un eroe dimenticato della Resistenza).  Ha avuto modo di presentare il libro in queste sedi o è stato almeno contattato dalle stesse ?  

Per il momento il volume è stato presentato al Museo Storico della Guardia di Finanza.


 Presentazione
dell'opera presso E-Campus.

13.  Ci sono state presentazioni dell’opera nelle scuole superiori ?  E inoltre: le risulta che il libro sia stato già acquistato dalle biblioteche scolastiche ?  

Sì, ci sono state presentazioni nelle scuole superiori e anche nelle università, sia pubbliche che private; E-Campus ha deciso tra l'altro di adottarlo.  Diverse biblioteche scolastiche e altre biblioteche, sia pubbliche che private  -come si evince da una ricerca attraverso il sistema OPAC SBN-  hanno acquisito il volume.  Le biblioteche scolastiche, comunque, in genere non sono censite dall'OPAC. 



14.   Montezemolo si è prodigato moltissimo per salvare centinaia di ebrei italiani dalla ferocia nazista  (tra l’altro, riuscì ad ottenere documenti falsi e salvacondotti per tanti ebrei sfuggiti al rastrellamento del ghetto di Roma compiuto dalle SS il 16 ottobre 1943).  Le risulta che Israele gli abbia conferito un particolare riconoscimento  (quale, ad esempio, quello attribuito a Giorgio Perlasca, “Giusto tra le Nazioni”  e cittadino onorario d’Israele) ?                                                                                 

No, per il momento Israele non gli ha conferito alcun riconoscimento. 


 Avagliano alla premiazione del Fiuggi Storia 2012.
15.  La sua opera è stata pubblicata da una Casa Editrice di tutto rispetto, ma non così importante come le ‘star’ del panorama editoriale italiano  (Mondadori, Rizzoli, Einaudi, Feltrinelli, Garzanti).  Si è trattato di una sua scelta precisa?  In ogni caso, mi sembra significativo che lei abbia vinto il Premio Fiuggi Storia 2012 accanto a prodotti delle maggiori case editrici, nello specifico Rizzoli  (Gigi Di Fiore) e Mondadori  (Franco Forte).   

Per quanto riguarda la Einaudi, posso dire che nel 2012 era già uscito, presso questa stessa Casa Editrice, un altro mio libro,  Voci dal lager , per cui mi sembrava quasi inevitabile non proporre un altro testo nel medesimo anno.


 Sedi dell' ICS
"Giuseppe Montezemolo" (Roma).
16.  In Italia non mancano vie, altri luoghi o strutture dedicati ai martiri delle Fosse Ardeatine.  Esistono anche vie, piazze o monumenti in onore  di singoli personaggi ?  Certamente non mancano vie intitolate ad esponenti del fascismo, sia pure minore, come ad esempio  Cornelio di Marzio, uno dei cento firmatari delle leggi razziali, né monumenti, come quello costruito con il contributo della Regione Lazio  (quindi con denaro pubblico)  a  Rodolfo Graziani, giudicato anche in sede internazionale criminale di guerra.  Esistono, nel nostro Paese, monumenti o, per esempio, altre scuole, oltre all’ ICS "Giuseppe Montezemolo" di Roma,  in memoria di Montezemolo?  Peraltro, suscita una certa sorpresa apprendere che l’attuale sede della Corte dei Conti a Roma, in Via Baiamonti 25, in origine fosse una caserma intitolata proprio al  Col. Giuseppe di Montezemolo, il cui nome adesso non compare più all'esterno. 

Sì, ci sono testimonianze in diverse città italiane, anche se sono poco  valorizzate.  Una delle caratteristiche dei martiri delle Fosse Ardeatine è quella che  -forzando i termini-  rappresentano un po’  ‘la Nazionale della Resistenza’, una ‘Nazionale’ composta da appartenenti a tutte le classi sociali e schieramenti politici e di ogni parte d’Italia, che “giocò” per ridarci la libertà ed opporsi all’occupazione nazista e alla restaurazione del fascismo. In una parola, per tornare a dire, come fece Montezemolo prima di essere ucciso, “Viva l’Italia!”.

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Note

1  Sabrina Sgueglia della Marra è autrice di Montezemolo e il Fronte Militare Clandestino, Ufficio storico stato maggiore esercito, Roma 2008.  Ha firmato la voce Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo del  “Dizionario Biografico degli Italiani”  (vol. 76, 2012), in cui viene citato anche il libro di Avagliano
Sul libro della Sgueglia  v. ad esempio l’articolo di Carlo Vallauri  Il colonnello Montezemolo e la Resistenza romana .


2   Secondo altre fonti, invece, l'ordine di ubriacarsi a quanti avevano partecipato all'eccidio sarebbe stato impartito  (sempre da Kappler)  dopo la strage, per dimenticare quello che avevano fatto.

lunedì 18 febbraio 2013

Le dimissioni di Benedetto XVI. 2. La rivincita di Celestino V.

 Celestino V
di  A. Lalomia

In un precedente post  1  ho scritto che le dimissioni del papa rappresentano una rivincita del latino.
Qui vorrei aggiungere che esse costituiscono, nello stesso tempo, una specie di riscatto da parte di uno dei pontefici più criticati da Dante  2  (ma anche da qualche studioso moderno), malgrado sia stato poi santificato.  Mi riferisco naturalmente a Celestino V il papa bollato come un codardo per il suo “gran rifiuto”.
Benedetto XVI  davanti alle spoglie di Celestino V.
Benedetto XVI ha sempre dimostrato, nei confronti di questo pontefice, una speciale devozione.  Durante la sua visita all’Aquila del 28 aprile 2009, a poche settimane dal terremoto del 6 aprile 2009, Ratzinger ha deposto, sulla teca con i resti del santo, il proprio pallio.  Questo medesimo pallio sarà aggiunto ai paramenti di Celestino V in occasione del settecentesimo anniversario della sua canonizzazione, il prossimo 5 maggio. 
 Celestino V raffigurato mentre
 depone la tiara e il manto pontificale.
 Benedetto XVI
con il pallio.
Nel 2009 molti si chiesero il perché di quel gesto  -decisamente inconsueto, per non dire clamoroso.  Vi fu però anche chi osservò che quell’atto doveva essere interpretato come un segnale, da parte di Benedetto XVI, di voler seguire l’esempio del suo lontano
predecessore. 
E in definitiva così è stato.  
Tanto più che l’attuale pontefice ha espresso la sua intenzione di ritirarsi in un convento di clausura, dopo il 28 febbraio.  Una scelta, questa, che sembra accostare ancora di più  Ratzinger a Pietro del Morrone, nella comune vocazione ad una vita ascetica e in solitudine.

 Eremo di S. Onofrio (Sulmona).
Eremo di S. Spirito a Maiella.










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Note


2   Vale comunque la pena ricordare che il giudizio di D. su Celestino V è stato ed è tuttora oggetto di numerose interpretazioni, talvolta discordanti.  Per una rassegna, v. Arsenio Frugoni, Celestino V, in "Enciclopedia Dantesca".
Sulla Damnatio memoriae che ha colpito questo pontefice, cfr. A. L. Villani, La croce di Celestino. 

sabato 16 febbraio 2013

Alla ricerca dei resti della Santa Croce.

Il convento di Müstair
di  A. Lalomia

Qualche anno fa, un gruppo di archeologi svizzeri si è messo alla ricerca di reliquie particolarmente preziose: un frammento della Santa Croce, una spina della Corona posta sul capo di Gesù e un osso di San Giovanni Battista.  Queste reliquie, secondo un documento del 1502 conservato nell'archivio del convento benedettino di San Giovanni Battista, a Müstair, nel cantone svizzero dei Grigioni  (quasi al confine con l'Alto Adige), si troverebbero all'interno dello stesso monastero  1 . 

Ciò che gli studiosi hanno rinvenuto finora non corrisponde alle loro aspettative, anche se si tratta di materiale di notevole valore storico e religioso.  Hanno scoperto infatti i frammenti di ossa di quattro santi, uno dei quali sarebbe del re di Francia Luigi IX  (San Luigi)   2  .
Gli archeologi non si sono dati per vinti e proseguono nella loro ricerca.
Qui  per vedere il video  Alla ricerca delle reliquie scomparse della Santa Croce .
Di seguito, un filmato sul monastero e sul borgo svizzero:



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Note

1    Il monastero, costruito alla fine dell'VIII secolo  (probabilmente nel 775, secondo la leggenda per volontà di Carlo Magno), racchiude il ciclo pittorico del basso Medioevo più ricco e meglio conservato del mondo, comprendente affreschi di inestimabile valore.  
Qui  e  qui  schede sul convento e sui tesori artistici che custodisce.  Qui, invece, per una serie di suggestive immagini. Video e immagini  anche qui .

2   Sul significato che le reliquie hanno ancora oggi nel mondo cattolico, cfr. l'intervista di swissinfo.ch a Youri Volokhine, docente universitario di storia delle religioni presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Ginevra.

Una firma per la rinascita della scuola.


Logo del Gruppo
di Firenze.
di  A. Lalomia

Il Gruppo di Firenze per la Scuola del Merito e della Responsabilità ha presentato a Roma e a Firenze una lettera aperta ai partiti dal titolo quanto mai significativo:  Chi vuole davvero una scuola seria ?  1  .
Sono dieci domande rivolte ai candidati delle prossime elezioni, soprattutto a quelli che hanno dimostrato scarso interesse verso questi temi.
L'iniziativa è quanto mai lodevole, visto tra l'altro lo stato in cui si trova il nostro sistema educativo  (soprattutto pubblico, anche se quello privato spesso non rappresenta certo un modello da imitare).
Le domande sono tutte condivisibili  2 , ma quelle che mi sembrano particolarmente mirate sono le prime tre e le ultime tre.  Quanto mai opportuna l'ottava, che riguarda l'osservanza delle regole da parte degli allievi.  Personalmente sono convinto da anni che il rispetto delle norme disciplinari da parte degli studenti costituisca la premessa indispensabile per l'intero processo didattico-formativo  3 .  Circa l'ultima domanda, mi permetto di rimandare al mio post del 2 febbraio 2013,  Modesta proposta per la guida del MIUR.  
L'appello è stato già sottoscritto da decine e decine di illustri studiosi e intellettuali   4 , nonché da diverse centinaia di docenti, dirigenti scolastici e cittadini.  L'elenco di quanti hanno aderito all'iniziativa, in continuo aggiornamento, si può leggere a conclusione delle dieci domande.
Per firmare la lettera, scrivere a gruppodifirenze@virgilio.it , indicando nome, cognome, occupazione e luogo di residenza.
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Note

1   Per un primo approccio alla conoscenza del Gruppo di Firenze, propongo la seguente intervista a Giorgio Ragazzini, docente e membro del Gruppo:







Qui per l'ascolto della presentazione della lettera presso il Liceo "Tasso" di Roma, avvenuta il 9 febbraio 2013.  La lettera si trova anche sul sito del  "Tasso", in formato PDF.
Sull'enorme importanza che alcuni valori fondamentali  (a cominciare dalla disciplina)  avevano un tempo all'interno della scuola, cfr. le testimonianze di Nicola Giandonato, Rigore e disciplina a scuola. e  Solidarietà a scuola. .

2  Per una maggiore completezza, non sarebbe stato inutile, forse, aggiungere almeno altre due domande. 
La prima sullo stato pietoso in cui versano molti edifici scolastici, classificati come inagibili dalle autorità e malgrado ciò ancora pienamente operativi  (con tutti i rischi che ne conseguono).
La seconda sulla centralità che le pubblicazioni dovrebbero assumere nell'ambito dei criteri da stabilire per accedere al ruolo di docente e per gli avanzamenti di carriera.  Al riguardo, v.  Docenti e meritocrazia. Bozza di proposta di legge. .

3  Prove di questa mia convinzione sono reperibili su questo stesso blog.  Cfr. ad esempio  Devianza disciplinare studentesca e pistole Taser: un appello ai parlamentari. , testo che figura in seconda posizione nell'elenco dei post più popolari, con più di 600 visualizzazioni  (e questo credo che voglia dire qualcosa).

4  Tanto per citarne alcuni:  Giovanni Belardelli, Gian Luigi Beccaria, Andrea Camilleri,  Luciano Canfora, Franco Cardini, Marcello Dei, Giulio Ferroni, Sergio Givone, Giorgio Israel, Paola Mastrocola, Lucio Russo,  Luca Serianni, Sebastiano Vassalli, Michele Zappella.

mercoledì 13 febbraio 2013

Le dimissioni di Benedetto XVI. 1. La rivincita del latino.


 Il Concistoro dell'11-02-13, in cui
Benedetto XVI ha annunciato
la sua rinuncia.
 Giovanna Chirri
di  A. Lalomia

Tra i tanti commenti alle dimissioni del Papa, diversi hanno evidenziato il fatto che il primo flash di agenzia  (11,46)  sull'annuncio di Benedetto XVI è opera di una cronista dell'ANSA, Giovanna Chirri.
Il motivo ?  A quanto pare, la Chirri è stata l'unica giornalista, dentro la Sala Stampa vaticana, a capire il discorso in latino del Pontefice durante il Concistoro dedicato ai martiri di Otranto che il prossimo 12 maggio saranno annoverati tra i santi.  La vaticanista dell'ANSA si è accorta subito dell'eccezionale importanza che le parole di Ratzinger assumevano per il mondo intero e, una volta ricevuta conferma, ha dettato la notizia che in pochi secondi è apparsa sui siti dei media di ogni parte del pianeta e le ha permesso di realizzare uno scoop senza precedenti.
Una bella rivincita, mi sembra, da parte di una lingua che si credeva dimenticata e inutile, a favore soprattutto dell'inglese  -imposto ormai come lingua d'insegnamento anche in alcune università del nostro Paese  2-  e su quei giornalisti armati dei più sofisticati strumenti informatici ma completamente ignari del latino. 
Ed anche un invito, credo, ai nostri governanti a riflettere sull'opportunità di ridare a questa lingua l'importanza che aveva fino a una quarantina di anni fa e che conserva in altri paesi.  Senza andare lontano, basterebbe vedere come si valorizza il suo studio nella minuscola Repubblica di San Marino.

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Note

1  Qui i video dell'ANSA e di Euronews in cui la giornalista racconta la vicenda.
Qui la pagina del portale del Vaticano con la Declaratio in latino, in italiano e in altre lingue europee.  
Qui la pagina dell'ANSA con il testo in latino e in italiano.
  
2    Vorrei ricordare che questa  scelta è stata criticata   -direi giustamente-   da diversi studiosi ed associazioni.  Cfr. ad esempio le prese di posizione dell’ERA, la combattiva associazione esperantista italiana.  Attraverso il portale dell'ERA si possono seguire i lavori del convegno  Internazionalizzazione della e nella lingua italiana, svoltosi l'8 febbraio 2013 nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati.

mercoledì 6 febbraio 2013

Sondaggi.


di  A. Lalomia

È stata aggiornata la pagina dei sondaggi, con temi che riguardano soprattutto il prossimo appuntamento elettorale.

Elezioni e canone RAI.


di  A. Lalomia

Negli interminabili dibattiti che stanno mettendo a dura prova la pazienza degli Italiani in questo periodo elettorale, non si parla abbastanza di quello che viene considerato unanimamente il più odioso dei balzelli 1  e quello più evaso: il canone RAI.     
Vorrei quindi proporre ai lettori del blog  l'articolo di Settimo Laurentini  apparso recentemente su Libertiamo, perché mi sembra uno dei pochi esempi di come si possa affrontare in modo equilibrato l'argomento.
Forse anche troppo equilibrato, se si pensa che la RAI  ogni anno chiede a decine di milioni di utenti una somma rilevante non per l'erogazione di un servizio  (come sarebbe legittimo e come fanno alcuni dei suoi concorrenti), ma per il semplice possesso di un bene mobile, vale a dire il televisore  (o, per quanto riguarda le imprese, per la detenzione di apparecchi  "atti od adattabili alla ricezione di trasmissioni radiotelevisive al di fuori dell'ambito familiare").
Una scelta apertamente criticata da molti e ritenuta lesiva della Carta Costituzionale.  Secondo fonti autorevoli, il mancato pagamento del canone  (sia ordinario che speciale)  si può stimare in una cifra attorno al miliardo e seicento milioni di € l'anno, il che confermerebbe l'autentico odio verso questo tributo.  In alcune città, l'evasione raggiunge cifre che dovrebbero far riflettere la RAI sul perché di questa scelta.  Penso ad esempio a Torino , dove la percentuale degli  'inadempienti'  ruota attorno al 50 %.  Peggio ancora in alcune regioni del Sud  (Campania, Calabria e Sicilia),  in cui la percentuale degli  'evasori'  supera l'85 %.  Per le aziende, poi, ignorare il canone  (in questo caso speciale)  rappresenta quasi la norma, con una media del 95  %.  Nel complesso, negli ultimi sette anni, l'evasione del canone è più che raddoppiata, mentre il numero dei nuovi abbonati diminuisce sempre di più.  
Per l'Associazione Contribuenti Italiani ,  «La questione di fondo per imprese e cittadini comuni è che il canone è percepito come un abbonamento, e non come una tassa. Per questo si tende a non considerarlo obbligatorio, e in tempo di crisi ciò che non è obbligatorio si taglia. » .  D'altra parte, nel sito della RAI non solo si parla di "abbonamento" e non di tassa, ma per chi è in regola con il canone è prevista la partecipazione al  concorso Telefortuna, che promette  (per i fortunati)  soggiorni a Sanremo durante il Festival e la possibilità di partecipare ad alcuni programmi tra le file del pubblico.  Come fa giustamente notare l'Associazione, «In nessun Paese al mondo chi paga le tasse può vincere un premio. Così si confondono i cittadini. Il sito web Rai incentiva l'evasione. » 2   
Io credo che quando la RAI sarà finalmente privatizzata; quando spenderà qualche miliardo in meno in trasmissioni sulle quali è meglio stendere un velo pietoso; quando proporrà invece programmi  degni di un paese civile  (a partire da quelli su scienza, tecnologia, cultura in generale); quando la smetterà di etichettare i non paganti  (soprattutto quelli che hanno inviato non una, ma più disdette)  come degli  'evasori'  fiscali;  tutti saranno ben disposti a versare un giusto contributo monetario.  Per un  servizio, però, non per il possesso di un apparecchio televisivo  (come accade invece oggi).

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Note

1  Il più esecrato anche per il modo minaccioso e intimidatorio con cui l'ente spesso tratta coloro i quali, già abbonati, hanno inviato una o più disdette.  Anche per questo motivo, credo, le iniziative per abolire il canone e per non pagarlo sono già numerose.
Sul tema, cfr.  Canone RAI. Un'iniziativa meritoria.   e   Canone RAI: promemoria. .


2  V. l'articolo sul  Sole 24 ore del 31-01-13.
Vale la pena precisare che, secondo diverse inchieste, molti di coloro i quali vengono bollati come  'evasori'  nei confronti della RAI, per quanto riguarda invece gli altri impegni finanziari, sono dei solerti e virtuosi contribuenti.   

lunedì 4 febbraio 2013

Chi ha paura di un classico sui lager nazisti ?


Vittorio E. Giuntella

di  A. Lalomia

Strane cose accadono nel mondo dell'editoria.  Capita per esempio che un migliaio di copie di un classico della storiografia sui lager venga condannato al 
macero dall'editore che qualche anno prima l'aveva dato alle stampe e distribuito nelle librerie.
Il libro destinato alla distruzione è  Il nazismo e i lager, di Vittorio Emanuele Giuntella;  la casa editrice le Edizioni Studium, che peraltro propone testi di ottima qualità; l'anno di pubblicazione il 1979.
La decisione dell'editore ha dell'incredibile ed è stata già criticata da vari studiosi  .  
Giuntella  (1913-1996)  non è un autore qualunque:  docente in varie università, le sue ricerche sull'Illuminismo e sul Risorgimento rappresentano ancora oggi una tappa obbligata per gli specialisti e per coloro i  quali vogliono conoscere a fondo questi periodi.  
Ma Giuntella è stato anche un testimone sensibile e acuto della seconda guerra mondiale, con particolare riguardo all’universo concentrazionario nazista, che ha vissuto in prima persona come internato militare  (assieme a più di 600.000 militari italiani i quali si rifiutarono di aderire alla RSI e di collaborare con i nazisti).  Il nazismo e i lager  (paragonato a  I sommersi e i salvati  di Primo Levi)  è una di quelle rare e preziose opere che coniugano il rigore scientifico della ricostruzione con il ricordo della propria esperienza  2  
L’invito ad acquistare il volume da parte del Museo Storico di Via Tasso  -invito al quale mi associo senza esitazione e che rivolgo soprattutto alle biblioteche scolastiche-  dovrebbe rappresentare anche una risposta  -pacata ma ferma-  per quegli editori che non esitano a sbarazzarsi di testi che hanno pubblicato, che considerano le copie invendute troppo ingombranti per i loro magazzini, che non si preoccupano neppure di trovare una soluzione alternativa al macero.  Una scelta tanto più deplorevole in quanto quei libri costituiscono un patrimonio culturale di inestimabile valore, fonti ineludibili per chiunque voglia occuparsi di determinati temi, tasselli di un mosaico della memoria storica che dovrebbe rappresentare patrimonio comune di quanti credono in certi principi.  E una scelta  -per restare a Giuntella-  ancora più deplorevole se si pensa che quest’anno ricorre il centesimo anniversario della sua nascita  (8 luglio 1913).
Vorrei concludere questo post con alcune indicazioni bibliografiche destinate a coloro i quali ancora non conoscono l'A. e non sanno quale abominio si commetterebbe, e non solo per la cultura italiana, distruggendo la giacenza del volume.
Qui un'ampia biografia apparsa nel n. 1 del 1997 della Rassegna storica del Risorgimento.
Qui un ricordo di Christoph Ulrich Schminck-Gustavus  (Nocturnus in Lucem).
Qui e qui invece, due brevi schede biografiche.
Qui, un ampio saggio di Lutz Klinkhammer sull'opera a cui è dedicato questo post  (Il nazismo e i lager nell'interpretazione storiografica di Vittorio Emanuele Giuntella).
Qui una testimonianza di Giuntella  (La biblioteca del lager)  sul suo amore per i libri e sul ruolo che hanno avuto i pochi testi che era riuscito a portarsi dietro durante l'internamento in un lager tedesco.
Si veda anche l'importante documentazione conservata presso il MUSIL  (Museo dell'industria e del lavoro di Brescia).
Qui un video con un'intervista a Giuntella.
Qui il resoconto di un convegno svoltosi a Viterbo per ricordare il grande storico.
Qui i saggi pubblicati da Giuntella sulla  Rivista Storica del Risorgimento dal 1948 al 1986.  Di particolare rilievo, visto l'argomento di questo post, il saggio  Mito e realtà del Risorgimento nei lager tedeschi  (1982, pp. 387-98).

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Note

 1   Tra questi, vorrei citare almeno Mario Avagliano, che in un post del 30 gennaio 2013,  Salvare dal macero  "Il nazismo e i lager",  ha segnalato le iniziative volte ad impedire la distruzione di questo prezioso volume, a partire da quella promossa dal  Museo Storico della Liberazione  (Via Tasso 145, 00185 Roma.  Tel e fax: 06-7003866.  E-mail: info@museoliberazione.it).
Avagliano si è occupato in più occasioni degli internati militari italiani: cfr. ad esempio  Gli internati militari italiani, Einaudi, Torino 2009  (in collaborazione con Marco Palmieri).  Questo libro ha vinto il Premio Nazionale ANPI del 2010.

2  Compito non facile, come sottolinea giustamente Klinkhammer nel lavoro sopra citato :
"L'immediatezza e la crudeltà dell'esperienza nei lager risaltano in ogni pagina. Si osserva che la tensione tra il compito dello storico e la violenza vissuta dal testimone gli erano ben noti. Certamente egli aveva anche presente quello che Benedetto Croce disse nel 1950: che, cioè, non avrebbe mai scritto la storia del fascismo perché lo odiava troppo e che ­ scrivendo questa storia ­ avrebbe rischiato di non trovare il distacco necessario e l'oggettività dovuta. Giuntella si misura con questo conflitto inevitabile e non si ritira in un comodo impossibilismo. Scrive invece che «il lettore noterà quanto il tentativo di non lasciarsi fuorviare dai ricordi e dai sentimenti (e peggio dai risentimenti) non sia sempre riuscito. L'aver tentato era dovere dello storico, non esserci riuscito è difetto dell'uomo». Quest'affermazione è un understatement. Lo storico Giuntella è riuscito ad imporsi nei confronti del testimone Giuntella. Solo quando descrive, per esempio, l'effetto devastante della fame, si capisce che questa descrizione così neutra respira una conoscenza diretta da parte dello storico-testimone. Questa consapevolezza però non va a scapito del carattere scientifico del libro, ma porta ad una maggiore incisività della descrizione. Dietro lo storico appare un uomo con una particolare sensibilità [...] ".

sabato 2 febbraio 2013

Modesta proposta per la guida del MIUR.

di  A. Lalomia

I lettori di questo blog si saranno accorti che io riservo a Giorgio Israel un’attenzione particolare e qualcuno  -forse ingenuamente-  si sarà chiesto il perché di questa scelta.
La risposta a questa domanda è molto semplice  -e direi scontata-  quando si considerino l’altissimo profilo intellettuale ed etico dello studioso, la sua autorevolezza, il suo equilibrio, la sua decisa opera di denuncia delle carenze  -e della demagogia- 1  che inquinano il mondo dell'istruzione, la lucidità e la concretezza delle sue proposte per ridare al MIUR la funzione di guida dell’attività didattica e formativa. 
È per questo motivo che trovo curioso il fatto che nessun movimento politico abbia deciso di inserire il nostro più illustre matematico nelle proprie liste elettorali. 
Io credo che Israel sia una delle poche figure  (secondo me la più adatta)  in grado di assumersi il compito di governare il mondo dell'istruzione in modo competente, sicuro, tempestivo, efficace, nel rispetto dei diritti individuali e collettivi.  Spero che le forze politiche che vinceranno le prossime elezioni  -soprattutto quelle che dichiarano di aver collocato al vertice dei loro programmi la scuola, l'università e la ricerca-, rimedino a questa scelta deplorevole, affidandogli la guida del Ministero e comunque attribuendogli compiti di grande rilievo operativo al suo interno.

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Note

1  Basti pensare al concorso per docenti. 


2  È sufficiente seguire il suo blog per capire la profondità delle sue analisi e il valore delle sue proposte.
Per quanto mi riguarda, ho inserito da tempo, nell'area riservata ai sondaggi di questo blog, una domanda esplicita proprio sulla nomina di Israel a capo del MIUR.