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sabato 14 maggio 2016

Helicopter money: John M.Keynes vs Milton Friedman.


In queste settimane si fa un gran parlare di helicopter money, vale a dire l’ipotesi che le banche centrali regalino soldi ai cittadini senza pretendere nulla in cambio. I rumors in tal senso sono diventati così forti che le stesse banche centrali hanno dovuto smentire o ridimensionare le aspettative di azioni così straordinarie. Per la verità Mario Draghi ha aperto timidamente all’idea, che ha definito “molto interessante” anche se pone problemi legali e implementativi. 
Il motivo per cui si è arrivati a questa ipotesi è che i bassi tassi sui rifinanziamenti alle banche, i tassi negativi sulle riserve e i Quantitative Easing paiono non bastare. Anche negli Stati Uniti, dove la ripresa è stata più significativa e la disoccupazione è scesa al 5%, il tasso di crescita è sensibilmente minore di quello precedente la crisi, l’inflazione è bassa, i salari crescono lentamente (almeno di un punto in meno rispetto a quanto sarebbe necessario per spingere l’inflazione al 2%) e la gente è sempre più insoddisfatta . Il Regno Unito non ha fatto meglio, mentre l’Europa ha fatto molto molto peggio, a causa della stretta fiscale imposta dal 2010 in poi alle periferie dell’Eurozona.
L’helicopter money prende il nome da una provocazione di Milton Friedman secondo cui gettare denaro dagli elicotteri aumenterebbe l’inflazione:
Supponiamo adesso che un giorno un elicottero sorvoli questa comunità e lanci 1000 dollari dal cielo, che, ovviamente, verrebbero frettolosamente raccolti dai membri della comunità. Supponiamo inoltre che tutti siano convinti che questo è un evento unico che non sarà mai più ripetuto. (M.Friedman, The Optimum Quantity of Money, 1969)
Il risultato, secondo Friedman, è che questo aumento della moneta genererebbe un aumento della domanda nominale e quindi inflazione. Tuttavia le ipotesi di Friedman sono alquanto restrittive: la gente non deve risparmiare il denaro gettato dall’elicottero e l’economia deve trovarsi al pieno impiego.
Proprio su queste ipotesi insistono i critici dell’helicopter money: in una situazione di incertezza e di sfiducia, se gettassimo soldi da un elicottero, o più semplicemente se le banche centrali accreditassero una certa somma a tutti i cittadini, nulla impedisce che essi risparmino, se non tutto, una buona parte di quanto ricevuto. Oppure che li usino per ripagare i debiti pregressi, senza stimolare consumi e produzione, ben sapendo che l’evento miracoloso sarebbe unico e irripetibile. Ed anche se una parte di questo denaro fluisse nell’economia, esso potrebbe essere diretto all’acquisto di beni importati (quanto con 1000 euro si comprerebbero un nuovo telefonino o un tablet?).
Anche John Maynard Keynes propose qualcosa di simile, ma solo all’apparenza. Scrive Keynes:
Se il Tesoro si mettesse a riempire di biglietti di banca vecchie bottiglie, le sotterrasse ad una profondità adatta in miniere di carbone abbandonate, e queste fossero riempite poi fino alla superficie con i rifiuti delle città, e si lasciasse all’iniziativa privata, secondo i ben noti princìpi del laissez-faire, di scavar fuori di nuovo i biglietti (…), non dovrebbe più esistere disoccupazione; e, tenendo conto degli effetti secondari, il reddito reale e anche la ricchezza in capitale della collettività diverrebbero probabilmente assai maggiori di quanto sono attualmente. (J.M.Keynes, Teoria generale dell’occupazione dell’interesse della moneta, 1936)
L’analogia è con le miniere d’oro. Qui Keynes non propone un mero stimolo monetario attraverso del denaro regalato al pubblico.  Per seppellire e poi riprendere le banconote, infatti, è richiesto del lavoro. Occorre comprare le bottiglie, infilarci le banconote, portarle nelle miniere, riempirle con i rifiuti. Poi, dopo una gara per assegnare i terreni dove sono seppellite le bottiglie, ogni assegnatario dovrà assumere degli operai e procurarsi le attrezzature necessarie a rinvenirle.
In altre parole, qui le banconote sono solo un pretesto per movimentare le risorse produttive, lavoro e capitale, a differenza del denaro gettato dall’elicottero che non richiede nessun lavoro (almeno per come la vedeva Friedman).
Si potrebbe applicare in qualche modo il consiglio di Keynes? Lo stesso economista inglese suggerisce cosa fare subito dopo il paragrafo citato: “Effettivamente sarebbe più sensato costruire case e simili”. Già, basterebbe usare il denaro, preso a prestito o stampato di fresco, poco importa in una situazione come quella attuale, per finanziare lavori pubblici. 
E’ sintomatico che ci si inventi qualsiasi cosa, persino gettare il denaro dal cielo, pur di evitare di dare allo stato l’occasione di dimostrarsi utile, ad esempio costruendo case, strade, scuole ed ospedali. I trattati europei proibiscono esplicitamente il finanziamento monetario della spesa pubblica, ma la proposta dell’helicopter money non è limitata all’eurozona. Il pregiudizio ideologico “tutto fuorché la spesa pubblica” è così diffuso che sono davvero pochi quelli capaci di sfuggirgli.

Helicopter money: la differenza tra Keynes e Friedman, "Keynes Blog", 10-05-16.

lunedì 2 maggio 2016

Identikit del ladro di libri.

I bravi ladri di libri non lasciano tracce, solo mancanze che alla fine dell’anno saranno contabilizzate come ammanchi di magazzino o differenze inventariali, senza poter essere attribuite con certezza a ladrocinio. La scomparsa dei libri potrebbe essere dovuta a errori negli ordini o a scatoloni smarriti o non registrati o dispersi o trafugati. Un altro caso piuttosto comune è causato, semplicemente, da chi in libreria consulta un libro e poi lo deposita in un altro scaffale impedendo al povero libraio di rintracciarlo. La prova che un furto c’è stato è solo la flagranza del reato: gli unici ladri di libri accertati sono quelli che vengono presi, cioè una piccola parte del totale e comunque non i più abili. Se i ladri di libri sono invisibili, però, è anche perché le librerie – le piccole come le grandi, le indipendenti come le catene – non ci tengono particolarmente a parlarne, per timore che l’ammissione dei furti subiti possa incoraggiare altri ladri all’azione.
In mancanza di dati ufficiali, un’indagine empirica permette di stabilire che in una grande libreria i furti vanno dallo 0,4 per cento – a suo tempo dichiarato da Riccardo Cattaneo, ex direttore generale delle librerie Mondadori, che corrispondevano a 80 mila libri all’anno – fino all’1,5 per cento della giacenza media – dato che si ricava da altre ammissioni non ufficiali. In media viene rubato, insomma, un libro su 100. In una delle tre più grandi librerie italiane la merce che manca ogni anno nell’inventario può arrivare anche a diverse decine di migliaia di euro (a cui però bisogna fare la tara di errori di carico di magazzini e libri dispersi sui banchi). Nelle librerie più piccole l’incidenza dei furti è la stessa: ogni settimana scompaiono in media uno o due libri per un totale di una settantina all’anno in una percentuale che è sempre intorno all’1 per cento. Anche se nelle librerie i ladri sono meno attivi di quelli che frequentano i negozi di vestiti o di occhiali da sole, per dire, che costando di più incoraggiano rischi maggiori, il costo dei furti ricade interamente sul libraio – non su autori ed editori – e costituisce un ulteriore vantaggio competitivo di Amazon, a cui nessuno può rubare, nei confronti delle librerie tradizionali.
Quali libri si rubano di più
Giulio Einaudi era convinto che l’attenzione dei ladri per un libro fosse un segno di quella del pubblico. Si racconta che in casa editrice lasciasse le novità in vista, disponibili al prelievo non autorizzato, proprio per testarne il potenziale di vendita. «Un libro rubato è un libro letto», diceva. Il criterio di Einaudi vale fino a un certo punto. Non è del tutto vero, infatti, che i libri più rubati siano quelli che vendono di più. Sono quelli più di moda e forti nel dare identità a chi li possiede. Però dipende anche dal tipo di librerie e dal tipo di ladro. Alla Libreria Minimum Fax di Roma come alla libreria Verso di Milano – librerie piuttosto piccole e frequentate da una clientela attenta alla qualità – i titoli che vanno di più sono le novità di narrativa di cui è bene sapere se si desidera tenersi informati, ma che magari non si ha una gran voglia di leggere o pagare. Quindi in questo periodo libri come Purity di Jonathan Franzen o La scuola cattolica di Edoardo Albinati. (Anche se sono molto grossi)
Nelle librerie più grandi, per esempio alla Feltrinelli Duomo di Milano, vanno molto i testi universitari e i libri più costosi, specialmente i Meridiani, anche perché si trovano in zone più periferiche e, quindi, meno sorvegliate da vigilantes e telecamere. I libri che costano di più sono quelli più rubati anche in un’altra grande libreria come la Hoepli di Milano – che però ha un’offerta meno generalista di quella delle grandi catene. Quindi, libri di grafica e arte – che sono grandi e difficili da fare sparire – o guide, per esempio stranamente quelle di scacchi, in particolare Scacchi For Dummies, pubblicato proprio da Hoepli, o saggi importanti, come Il tardoantico di Rene Pfeilschifter, Einaudi, di cui sono ancora più stranamente state rubate diverse copie. Rubare libri sembra essere, cioè, un piacere riservato soprattutto agli intenditori, a quelli che Vanni Scheiwiller – l’editore della collana di poesia All’insegna del pesce d’oro – definiva «libridinosi». Una libridine, insomma.
Il ladro di libri più «libridinoso» di tutti i si chiama William Jacques, inglese, studi a Cambridge, soprannominato «Tome Raider», arrestato nel 2002 per avere rubato libri antichi nelle migliori biblioteche d’Inghilterra per un valore complessivo stimato per difetto in 1 milione di sterline (più di 1,2 milioni di euro). Il suo primo colpo clamoroso furono i Principia mathematica di Isaac Newton a cui seguirono il Sidereus Nuncius e iDialoghi di Galileo, e i libri di Keplero, Copernico, Malthus e Adam Smith. Ovviamente in edizione originale. L’ultimo arresto di Jacques risale al 2004, quando fu beccato alla British Library di Londra con una barba finta e gli occhiali da sole. Oggi, dopo qualche anno in galera, è interdetto da tutte le biblioteche del Regno Unito.
Il fascino che esercita il furto tra i feticisti del libro è confermato anche dalle classifiche estere dei libri più rubati (si chiamano best-stolen?). Come quella degli autori più saccheggiati alla libreria Barnes&Noble di Union Square, compilata nel 1999 dal critico e scrittore Ron Rosenbaum sul New York Observer: Martin Amis, Paul Auster, Georges Bataille, William S. Burroughs, Italo Calvino, Raymond Chandler, Michel Foucault, Dashiell Hammett, Jack Kerouac e soprattutto – coerentemente con i personaggi dei suoi libri – Charles Bukowski.
Essere rubati dimostra un desiderio. Qualche anno fa la rivista letteraria inglese Granta basò la propria campagna di abbonamenti proprio sulle 10 ragioni per cui era risultata la rivista più rubata d’Inghilterra.
granta2
Tipologie di ladri
Anche sui ladri le informazioni sono piuttosto empiriche. Dalle interviste ai librai emerge una differenza sostanziale, di genere, tra librerie di catene e librerie indipendenti. Nelle grandi librerie, per esempio alla Feltrinelli Duomo, a rubare – cioè a essere presi – sono soprattutto i maschi, divisibili in due grandi categorie: gli studenti che rubano libri universitari e dicono di averlo fatto per mancanza di soldi, e signori in giacca e cravatta, più inclini a prendersi i libri costosi e a giustificarsi dicendo di credere che si pagasse alla (fantomatica) cassa al piano di sopra. In libreria si aggira anche «il serial killer dei Meridiani», un uomo elegante e molto dotato di aplomb, passato alla storia per essere stato preso con la ventiquattr’ore rigonfia dell’opera omnia del poeta modernista americano Wallace Stevens.
Invece l’impressione dei librai di librerie più piccole – per esempio la Verso di Milano – è che a rubare i libri siano prevalentemente donne di ogni età, forse per la comodità di infilarli in borsa. Un piccolo libraio, dietro garanzia di anonimato, racconta un’apparizione: «Qualche giorno fa è entrata in libreria una ragazza bellissima, mora, alta, stivali, la gonna al ginocchio, e un cappello a larghe tese, hai presente Maria Schneider in Ultimo tango? Non riuscivo a non guardarla, anche volendo, mi veniva da sorriderle, si è fatta un giro in libreria e quando è uscita, mi sono reso conto che si era portata via un paio di libri, non mi ricordo neanche quali, guarda, da tanto ci sono rimasto male, anche perché se me li avesse chiesti probabilmente glieli avrei regalati».
Una parte dei furti ha ragioni più professionali. C’è chi ruba libri anche per rivenderli alle bancarelle o su commissione, il cui vero campionato, però, si gioca nel mercato antiquario. In caso di furto cumulato si rischia fermo e denuncia, mentre di norma la scelta per chi è preso a rubare libri è tra pagare la merce o lasciarla dov’era. Recentemente è accaduto a un uomo alla Feltrinelli di Genova e a uno studente arrestato alla Hoepli con 410 euro di libri universitari, e un’altra decina a casa, probabilmente rubati per essere rivenduti in università. Ma sono casi rari. Rubare libri, oggi, sembra essere soprattutto un’attività ricreativa.
L’età dell’oro del furto di libri è passata. Per quanto sopravviva un residuale feticismo, la quantità di libri pubblicati e i prezzi bassi li hanno resi oggetti meno desiderabili e identitari, rimpiazzati da telefonini e scarpe. Si sa per esempio che a Londra, durante i disordini del 2011, gli unici negozi a non essere saccheggiati furono proprio le librerie (con la sola sessista esclusione di Gay’s The Word a Bloomsbury, specializzata in LGBT). L’ultimo rigurgito di centralità rivoluzionaria del libro probabilmente è testimoniato da Steal this book/Ruba questo libro di Abbie Hoffman, pubblicato nel 1971, in cui si teorizzava il furto di libri come atto politico e rivoluzionario. Ma prima che diventasse un simbolo della controcultura, rubare libri è stata un’attività di piccola criminalità come tante altre, assimilabile al rubare biciclette o portafogli sul tram, proprio perché il furto di libri poteva dare da vivere.
stealthisbookcover
Tecniche per rubare
Il primo segno per cui i librai si mettono in allerta è la presenza di zaini e borse. La cosa non riguarda le donne, ovviamente, che la borsa ce l’hanno quasi sempre. Il secondo sono i movimenti: un cliente che si china è più sospetto di uno che limiti al massimo i movimenti. Tutte le librerie concordano sul fatto che la presenza di sorveglianti diminuisce il numero di furti, ma i sorveglianti hanno un costo che non è necessariamente minore, anzi, di quello dei furti. Anche le telecamere funzionano, ma non si possono piazzare ovunque, e nelle librerie piccole ci stanno proprio male. Sono efficaci anche le bande magnetiche infilate tra le pagine o i codici a barre argentati simili ai bollini Siae che le stanno sostituendo, ma è impossibile inserirle in tutti i libri: una libreria piccola ha 10mila titoli – “referenze” – per circa 15mila libri – “pezzi” –, una grande può arrivare a 70mila per 160mila totali. Per i librai il furto, insomma, rappresenta un rischio di esercizio preventivato da tenere sotto controllo, ma impensabile da azzerare.
Dal lato dei ladri, invece, sopravvive anche un’ottica romantica fondata sull’idea che i libri non siano merci come tutte le altre e che rubarli sia meno grave che rubare in generale. Esiste un libro intitolato How to shoplift books/Come rubare libri dell’artista americano David Horvitz, pubblicato in inglese e italiano da una piccola casa editrice veneziana, che elenca 80 modi per farlo. David Horvitz ha dichiarato al Post: «Immagino un giorno di possedere una libreria di soli libri rubati. Ogni libro conterrà la storia di come è arrivato nella mia libreria speciale».
Alcuni dei metodi concepiti da Horvitz:
– Ruba il libro mentre il sole sorge all’orizzonte.

– Vestiti da poliziotto ed esci dal negozio tenendo il libro.
– Indossa un cappello, una maschera, una maglietta a righe e porta con te un sacco con dipinto il simbolo del dollaro. Metti il libro nel sacco ed esci.
– Lega il libro a un cane ed esci dal negozio insieme al cane.
– Libera un cane selvaggio nel negozio. Esci con il libro nel subbuglio.
– Ruba il libro mentre stai piangendo.
– Esci con il libro in equilibrio sulla testa.
– Esci camminando con il libro legato con un elastico sotto la scarpa.
– Ruba il libro mentre il sole sta tramontando.
– Ruba il libro una pagina per volta da differenti negozi.

(Forse è quello che ha in testa il cosiddetto «killer delle pagine» che da qualche tempo imperversa alla Feltrinelli di Milano strappando libri qua e là, con una certa predilezione per quelli di poesia).
horvitz
Antichi rimedi
Nei tempi andati, quando i libri erano cose preziose e rubarli era un po’ come rubare diamanti, c’era un rimedio radicale: incatenarli. In Europa esistono ancora biblioteche – le più famose sono in Inghilterra, nella cattedrale di Wenchoster, nel Suffolk, e quella di Hereford, vicino a Gloucester –  dove i libri sono assicurati ai tavoli e agli scaffali da pesanti catene. Potrebbe essere un’idea da aggiornare alla modernità: si può immaginare una libreria con un unico libro per tipo disponibile alla consultazione e tutti gli altri custoditi sotto vetro, un po’ come le bottiglie di barolo e champagne nei supermercati. Un accorgimento arredativo che forse li renderebbe più desiderabili.
The Newly Cleaned And Extremely Rare Chained Library At Hereford Cathedral
Biblioteca della cattedrale di Hereford, Inghilterra

Il furto di libri è sempre stato un flagello alquanto diffuso tra i conoscitori, che un tempo erano soprattutto chierici. Papa Pio V, quello santo, che scomunicò Elisabetta I d’Inghilterra e definì l’omosessualità «l’esecrabile vizio libidinoso contro natura», ebbe a che fare anche con l’esecrabile vizio libridinoso: il 14 novembre 1568 emanò una bolla che scomunicava chiunque avesse sottratto un libro ai monasteri. Non è un caso, forse, che fu lui a istituire la «Congregazione per la riforma dell’Indice dei Libri Proibiti», con il compito di aggiornare la lista dei titoli eretici – e degli autori – da non fare leggere ed eventualmente bruciare.
PIOV
San papa Pio V (Antonio Ghislieri) ritratto da El Greco con un librino in mano (The Yorck Project: 10.000 Meisterwerke der Malerei. DVD-ROM, 2002. ISBN 3936122202. Distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH)
La condanna di Pio V non fu sufficiente a scoraggiare i chierici perché un’altra bolla di scomunica fu espostaanche all’Università di Salamanca.
scomunica
Ma i furti non diminuirono. Nel 1752 fu papa Benedetto XIV a riscomunicare i ladri di libri, senza evidentemente eliminare il problema.
I libri ai ladri sono sempre piaciuti, e visto che le bolle papali non sortivano effetti, ci si provò con le maledizioni. Alberto Manguel in Una storia della lettura ne cita una presente nella biblioteca del Monastero San Pedro de las puelles di Barcellona: «A colui che ruba un libro, o lo sottrae senza poi restituirlo: che le sue mani si cangino in serpente, e lo stritolino nelle loro spire. Che egli sia colpito da paralisi, e che tutte le sue membra esplodano. Che si strugga nelle pene invocando la misericordia, e che la sua agonia non cessi fino a che il suo corpo non sarà dissolto. Che i tarli gli rosicchino le viscere, come il verme che mai non muore. E, quando infine arriverà il momento del giudizio, che le fiamme dell’Inferno lo consumino in eterno».
Ma la lotta contro il ladrocinio di libri – come sa chiunque ne abbia prestati senza rivederli mai più – non era appannaggio di biblioteche e istituzioni, era un pericolo avvertito da chiunque ne possedesse. In Notes on Bibliokleptomania (New York, 1944) Lawrence S. Thompson racconta che spesso le maledizioni erano scritte direttamente sul libri dai proprietari medesimi. Questa è stampigliata su un volume di epoca rinascimentale: «Vedi qui scritto il nome del mio padrone: guardati dunque dal rubarmi; perché se lo fai il tuo delitto sarà da me punito senza fallo. Guarda qui sotto la figura di un ladro impiccato; pensaci bene quindi e fermati in tempo, se non vuoi pendere da una forca».
Ma erano cose da Medioevo, appunto.
Giacomo Papi, Chi ruba nelle librerie, "Il Post", 11-04-16.

sabato 2 aprile 2016

Il libro ? Me lo pubblico da solo.

Penguin Random House, la più grande casa editrice al mondo, ha venduto Author Solutions, un servizio a pagamento – peraltro molto costoso – con cui autopubblicarsi: la decisione sancisce di fatto il ritiro di Penguin Random House dal mercato del self-publishing. Author Solutions è stata comprata dalla società finanziaria americana Najafi Companies, ma non sono stati resi noti i termini economici dell’accordo. Author solutions era stata acquistata da Pearson, il gruppo editoriale di cui fa parte Penguin Random House, il 19 luglio 2012 per 116 milioni di dollari. Nell’annunciare la cessione, Markus Dohl, l’amministratore delegato di Penguin Random House, ha detto: «Con questa vendita, ribadiamo il nostro focus sulla pubblicazione di libri attraverso i nostri 250 marchi editoriali in tutto il mondo, e che il nostro impegno è mettere in contatto i nostri autori e le loro opere con i lettori, ovunque essi si trovino». Penguin Random House annuncia, insomma, la decisione di tornare a fare libri soltanto nel modo tradizionale. Qualche mese fa anche HarperCollins, il secondo editore a livello mondiale, aveva chiuso il suo analogo sito Authonomy.com, la cui pagina oggi, appare abbastanza desolante. Potrebbero essere segnali della fuga dei grandi editori dal self-publishing dopo l’entusiasmo degli anni passati o per lo meno la dimostrazione che oggi la grande editoria non sa ancora come gestirlo.
L’acquisizione di Author Solutions nel 2012 aveva sollevato enormi polemiche: Penguin Random House fu accusata di inquinare il proprio marchio e fu anche oggetto di una causa negli Stati Uniti intentata da alcuni autori auto-pubblicati che la accusavano di avere lucrato sulle loro aspirazioni. Accedere ai servizi di Author Solutions, infatti, costava incomparabilmente più delle normali tariffe, anche migliaia di sterline. Se qualcuno decideva di spenderle era per il prestigio della casa editrice e la speranza di entrare nella sua orbita. In questo modo, Author solutions aggirava almeno in parte quelli che sono da sempre i grandi problemi nel rapporto tra editoria tradizionale e self-publishing: in primo luogo pubblicare autori senza averli prima selezionati significa perdere la garanzia di qualità su cui ogni casa editrice si basa e allontanare gli autori più importanti; il fatto poi che il self-publishing, per definizione, imponga testi non selezionati ed editati espone al rischio di pubblicare libri che hanno problemi legali, che istigano a compiere reati gravi o sono frutto di plagio. Ma passare dal self-publishing al co-publishing accentua i problemi di inquinamento di cui sopra.
Il self-publishing è esploso intorno al 2009 con il lancio dei primi lettori di eBook di massa, il Kindle di Amazon e il Nook di Barnes&Noble. Quando, subito dopo, gli eBook auto-pubblicati hanno cominciato a fare numeri importanti nei mercati di lingua inglese, i grandi editori se ne sono accorti e ci si sono buttati. Quella fase sembra terminata, anche in Italia. Per generare grandi numeri, e quindi profitti, i libri auto-pubblicati – elettronici o di carta che siano – hanno bisogno di un mercato esteso, come appunto quello in lingua inglese: secondo Nielsen nel 2015 il self-publishing sarebbe arrivato a una percentuale compresa tra 14 il 18 per cento dell’intero mercato del libro degli Stati Uniti. L’altro problema è che per essere letto un testo auto-pubblicato ha bisogno, più che di un editore tradizionale, di chi i libri su Internet  li distribuisce e di chi controlla i supporti su cui i libri vengono letti. Figure che spesso coincidono. Digitalbookworld calcola che Amazon produce oggi attraverso le sue piattaforme l’85 per cento circa dei titoli autopubblicati e che i maggiori siti di self-publishing siano legati agli eReader più diffusi:Wrintinglife al Kobo e Smashwords al Kindle di Amazon che, attraverso il Kindle Self-Publishing, dà anche la possibilità di fare promozioni e avere visibilità.
Non è un caso se il tentativo più serio da parte di Mondadori di avvicinarsi al self-publishing abbia coinciso con l’accordo con Kobo. L’idea del sito scrivo.me – lanciato nel 2013 all’epoca della direzione di Riccardo Cavallero e, oggi, in fase di pausa, per non dire di abbandono – era creare un social network della scrittura per avvicinare le esigenze degli aspiranti autori alle competenze già presenti nella casa editrice senza coinvolgere direttamente il marchio. Un altro tentativo, ma più estemporaneo, è stato messo in atto da Rizzoli insieme al Corriere della sera con il concorsoYouCrime, lanciato nel 2013 come “il primo contest di co-publishing digitale al mondo“. Nonostante la pomposità dell’annuncio, non risulta che l’iniziativa abbia avuto alcun seguito oltre alla pubblicazione in formato eBook del romanzo vincitore, Ultimo volo per Caracasdi Gabriele Santoni.
A parte questo, i grandi gruppi editoriali italiani si sono avvicinati al self-publishing offrendo una sponda fisica, cartacea, a chi sperava di pubblicare. È il caso del torneo letterario Io Scrittore lanciato nel 2010 dal Gruppo GeMs, e di IlMioLibro nato nel 2011 in collaborazione con Feltrinelli e di Libromania creato nel 2012 da DeAgostini e Newton Compton. È una strategia che non può essere etichettata come “editoria a pagamento” perché gli editori in questione offrono servizi senza partecipare ai profitti, ma che secondo molti coincide con la cosiddetta “vanity press”, perché è un modo di rispondere al desiderio diffuso di vedere un libro con il proprio nome per di più associato, anche indirettamente, al marchio di un editore conosciuto. Chi decide di pubblicare con uno di questi siti è alla ricerca di un editore, non intende essere l’editore di se stesso: vuole utilizzare le possibilità di pubblicazione aperte dal digitale come una strada per arrivare all’editoria tradizionale, su carta, attirato dai rarissimi esempi di bestseller nati in questo modo, i più clamorosi dei quali sono Cinquanta sfumature di grigio di E L James e After di Anna Todd, e in Italia Ti prego lasciati odiare di Anna Premoli ePrima di dire addio di Giulia Leyman.
Il self-publishing è molto di più – e insieme molto di meno – di questo.  La sua vera novità consiste nel fatto che l’autore non divide i diritti con un editore, ma segue il libro in tutte le sue fasi, dalla scrittura alla scelta di titolo e copertina, decidendo se tradurlo e in quali lingue, come distribuirlo, pubblicizzarlo e venderlo. Al momento riguarda quasi esclusivamente il digitale, ma presto potrebbe cambiare anche il modo di fare libri di carta, i cui costi stanno rapidamente calando. Negli Usa, dove il rapporto tra libri stampati ed elettronici è di 74 a 26, è già successo. Nel 2014 le vendite da self-publishing sono state stimate in 185 milioni di libri elettronici e 9 milioni stampati. I libri auto-pubblicati varrebbero il 18 per centodel mercato totale del libro negli Usa, percentuale che sale addirittura al 24 considerando solo la fiction per adulti. Secondo alcune stime è un mercato che potrebbe presto arrivare a 52 miliardi di dollari, il doppio di quello dell’editoria tradizionale americana. In Italia i dati  sono parziali e comunque molto distanti, ma alcuni segni farebbero pensare che – al di là dei casi clamorosi in classifica – il self-publishing abbia già oggi un peso economico importante e crescente. Per capire lo stato di salute degli eBook e, quindi indirettamente del self-publishing, esistono tre indicatori: i siti peer to peer (quindi i download pirata dei libri), i blog che fanno recensioni di titoli auto-pubblicati e i servizi editoriali dedicati che, in effetti, negli ultimi tempi hanno registrato un’esplosione.
Un altro indicatore potrebbe essere Streetlib, la più importante piattaforma digitale italiana per l’auto-pubblicazione, che ha chiuso il 2015 con un fatturato superiore ai 4 milioni di euro. Nei fatti si tratta del primo editore italiano di eBook: ha pubblicato 2.845 eBook nel 2013, 6.471 nel 2014 (quando si chiamava ancora Narcissus.me) e circa 15 mila nel 2015. AIE, l’Associazione Italiana Editori, dovrebbe rendere noti i dati in primavera, ma l secondo, intorno ai 5 mila libri, dovrebbe essere YouCanPrint (sempre digitale, a dispetto del nome, e comunque distribuito da Streetlib), il terzo Mondadori con circa 3.500 titoli pubblicati. Le condizioni economiche per auto-pubblicarsi con Streetlib sono semplici e uguali per tutti: all’autore va il 60 per cento del prezzo di ogni libro, il retailer – cioè Amazon, Ibs, Apple, Barnes&Noble, insomma chi vende il libro online – prende il 30 per cento, mentre Streetlib trattiene il 10 per la semplice pubblicazione. I servizi ulteriori – editing, copertina, correzione di bozze – hanno tariffe fisse e una tantum. Il costo dell’eventuale traduzione è concordato direttamente tra traduttore e autore, ma di solito – racconta Antonio Tombolini, fondatore e direttore di Streetlib –  è in linea con quelli pagati dalle case editrici tradizionali. Anche sulle traduzioni Streetlib prende il 10 per cento. «La cosa interessante è che incominciano a muoversi anche le lingue secondarie, non solo l’inglese. La gente decide di farsi tradurre anche in francese, tedesco o spagnolo. E sempre più spesso capita che il traduttore accetti di abbassare la sua tariffa, in cambio della partecipazione dei diritti sulle vendite estere» .
Streetlib lavora in pari misura con autori auto-pubblicati e con case editrici medie e piccole. Nell’ultimo anno, dice Tombolini, le vendite di eBook sono cresciute del 60 per cento, quelle di libri autopubblicati del 90%. «Ormai mi capita di firmare assegni anche di parecchie decine di migliaia di euro. Ci sono autori che scrivono tanti libri, lavorano sulla comunicazione e sulla promozione – cioè che davvero fanno gli editori di se stessi – e che guadagnano bene. Altri autori che hanno pubblicato con grandi editori, per la prima volta decidono di auto-pubblicarsi». Tombolini – che però non fa i nomi degli autori in questione – parla di guadagni del tutto in linea (anzi) con quelli dell’editoria tradizionale: «Nel 2015 l’autore che ha venduto di più con noi ha incassato 56mila euro. Nel 2015 oltre 100 autori hanno guadagnato più di 10mila euro. Nel 2015 l’ebook che ha venduto di più ha venduto 18mila copie».
Più dell’80 per cento dei libri pubblicati e venduti da Streetlib sono di narrativa di genere: thriller, gialli, romanzi rosa. Il prezzo medio di un libro di narrativa è 3 euro (mentre un eBook di un editore tradizionale costa oltre 3 volte di più). In maggioranza chi compra ha tra i 40 e i 55 anni. Probabilmente sono lettori che leggono molto e in serie, ma senza grande attenzione alla qualità letteraria. «Ma forse è una fase», dice Tombolini «sono convinto che i saggi, per esempio, abbiano potenzialità enormi, solo che la tecnologia non è ancora adeguata: Kindle, Kobo, Googleplay, Apple iBook non permettono, per esempio, di gestire bene note o bibliografie. Non esiste nulla di equiparabile all’mp3 per la musica, cioè a un formato standard leggibile su tutti i device. È su questo che i grandi gruppi editoriali dovrebbero spingere». E invece come si stanno muovendo? «Mi sembra alla cieca, come pugili suonati», dice, «la vera arma dei grandi editori era la distribuzione, ora che il digitale gliela sta portando via, non sanno più che cosa fare. Bisogna interpretare il self-publishing non in chiave antagonista o come strada alternativa, ma usarlo per imparare da capo a fare l’editore, un mestiere che – davanti a un’offerta crescente e sempre più indifferenziata – inevitabilmente finirà per diventare ancora più importante».
Giacomo Papi, Tutto sul self-publishing, "Il Post", 11-02-16.

sabato 12 marzo 2016

La "Teoria generale" di J. M. Keynes compie 80 anni.

Nel 1935, John Maynard Keynes scrisse a George Bernard Shaw: “Credo che scriverò un libro di teoria economica che rivoluzionerà in gran parte – non credo immediatamente, ma nel corso dei prossimi dieci anni – il modo in cui il mondo guarda ai problemi economici.” E, in effetti, l’opera magna di Keynes, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, pubblicata nel febbraio del 1936, ha trasformato la teoria e la politica economica. Ma la teoria keynesiana regge ancora dopo ottanta anni?
Due sono le componenti dell’eredità Keynesiana che sembrano essere consolidate. In primo luogo, Keynes ha inventato la macroeconomia, la teoria della produzione nel suo complesso. Ha chiamato la sua teoria “generale” per distinguerla dalla teoria pre-keynesiana, che assume un livello unico di reddito, la piena occupazione.

Dimostrando come l’economia potrebbe rimanere bloccata in un equilibrio di “sottoccupazione”, Keynes ha sfidato l’idea centrale della teoria economica ortodossa del suo tempo: che i mercati, per tutti i beni, compreso il lavoro, vengono simultaneamente portati in equilibrio dai prezzi. E la sua sfida implicava una nuova dimensione per l’elaborazione delle politiche economiche: i governi possono avere bisogno di fare deficit per mantenere la piena occupazione.
Le equazioni aggregate che sono alla base della Teoria generale di Keynes popolano ancora i libri di testo di economia e caratterizzano la politica macroeconomica. Anche coloro che insistono sul fatto che le economie di mercato tendono alla piena occupazione sono costretti a sostenere la loro posizione nel quadro di riferimento creato da Keynes. I banchieri centrali regolano i tassi di interesse per garantire un equilibrio tra la domanda e l’offerta complessiva, in quanto, grazie a Keynes, è noto che l’equilibrio potrebbe non realizzarsi automaticamente.
La seconda maggiore eredità di Keynes è la nozione che i governi possono e dovrebbero evitare le depressioni. La diffusa accettazione di questo punto di vista può essere rinvenuta nella differenza tra la forte risposta della politica al crollo del 2008-2009 e la reazione passiva alla Grande Depressione del 1929-1932. Il premio Nobel Robert Lucas, un avversario di Keynes, ha così ammesso nel 2008: “Credo che chiunque in trincea sia keynesiano.”
Detto questo, la teoria dell’equilibrio di “sottoccupazione” di Keynes [nella sua formulazione autentica, ndr] non è più accettata dalla maggior parte degli economisti e dei politici. La crisi finanziaria globale del 2008 lo conferma. Il crollo ha screditato la versione più estrema di un sistema economico capace di raggiungere da solo l’equilibrio, ma non ha riportato in auge il prestigio dell’approccio keynesiano.
A dire il vero, le misure keynesiane hanno arginato la caduta dell’economia globale. Ma hanno anche inchiodato i governi con grandi deficit, che in breve tempo sono stati visti come un ostacolo alla ripresa, il contrario di quanto che ci ha insegnato Keynes. Con una disoccupazione ancora alta, i governi si sono riconvertiti a una ortodossia pre-keynesiana, tagliando le spese per ridurre i deficit,  rallentando la ripresa economica nel processo.
Tre sono i motivi principali di questa regressione. In primo luogo, la credenza che in una economia capitalistica i prezzi riequilibrino il mercato del lavoro non è mai stata del tutto messa in discussione. Ed è così che la maggior parte degli economisti ha ritenuto il persistere della disoccupazione come una circostanza straordinaria che si verifica solo quando le cose vanno terribilmente male, e certamente non rappresenta il normale stato delle economie di mercato. Il rifiuto della nozione di Keynes di incertezza radicale è al centro di questo ritorno al pensiero pre-keynesiano.
In secondo luogo, le politiche keynesiane di “gestione della domanda” del dopoguerra, che hanno il merito di aver prodotto il lungo boom post-1945, hanno creato problemi inflazionistici alla fine degli anni sessanta. Messi all’erta su un peggioramento del trade-off tra inflazione e disoccupazione, i politici keynesiani hanno cercato di sostenere il boom attraverso la politica dei redditi – calmierando i costi salariali attraverso la conclusione di accordi con i sindacati su base nazionale.
La politica dei redditi è stata testata in molti paesi dagli anni sessanta fino alla fine degli anni settanta. Nella migliore delle ipotesi, ci sono stati successi temporanei, ma queste politiche hanno comunque fallito. Milton Friedman ha fornito una motivazione che ha tirato una frecciata di crescente disillusione sul controllo dei salari e dei prezzi, e che ha affermato la visione pre-keynesiana dell funzionamento delle economie di mercato.
L’inflazione, sostenne Milton Friedman, era il risultato dei tentativi operati dai governi keynesiani di forzare la disoccupazione al di sotto del tasso “naturale”. La chiave per riconquistare la stabilità dei prezzi era quella di non perseguire l’obiettivo della piena occupazione, sterilizzare i sindacati e deregolamentare il sistema finanziario.
E così la vecchia ortodossia è rinata. L’obiettivo del pieno impiego è stato sostituito da un obiettivo sul tasso di inflazione, mentre si è lasciato che la disoccupazione trovasse il suo tasso “naturale”, qualunque fosse. Ed è stato con questo equipaggiamento difettoso che i politici hanno navigato a tutto vapore verso gli iceberg del 2008.
L’ultima ragione per cui il keynesismo è caduto in disgrazia si deve a una torsione ideologica a destra, che ha avuto inizio con il primo ministro britannico Margaret Thatcher e il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. Questo spostamento è dovuto meno al rifiuto della politica keynesiana che all’ostilità verso l’espansione dello stato che è emersa dopo la seconda guerra mondiale. La politica fiscale keynesiana è stata messa sotto un fuoco incrociato, con molti a destra che la condannavano come manifestazione di “eccessivo” intervento del governo nell’economia.
Due riflessioni finali suggeriscono un nuovo, anche se più modesto, ruolo per l’economia keynesiana. Uno shock ancora più grande per l’ortodossia pre-2008 rispetto allo stesso crollo fu la rivelazione del potere corrotto del sistema finanziario e la misura in cui i governi successivi al crollo hanno consentito che le loro politiche fossero scritte dai banchieri. Il controllo dei mercati finanziari nell’interesse della piena occupazione e della giustizia sociale si iscrive esattamente nella tradizione keynesiana.
In secondo luogo, per le nuove generazioni di studenti, la rilevanza di Keynes potrebbe risiedere meno nei suoi rimedi specifici per la disoccupazione che nella sua critica della professione di economista per ciò che riguarda l’uso di modelli sulla base di ipotesi irreali.
Gli studenti di economia desiderosi di fuggire da un mondo di scheletri di agenti ottimizzanti verso uno fatto di esseri umani a tutto tondo, presenti nelle loro storie, culture e istituzioni, troveranno una naturale affinità con l’economia keynesiana. È per questo che mi aspetto che Keynes sia una presenza viva da oggi fino ai prossimi 20 anni, in occasione del centenario della Teoria generale, e ben oltre.
Traduzione di Keynesblog.com

Robert Skidelsky, La Teoria Generale di Keynes compie 80 anni, "Keynes Blog", 24-02-16.

sabato 5 marzo 2016

Guida agli hotel letterari.


carlyle new york tetto
  Il tetto del Carlyle Hotel di New York
Molti romanzi classici della letteratura anglosassone sono ambientati in lussuosi hotel in giro per il mondo. Alcuni esistono veramente, altri sono in parte ispirati ad alberghi reali. Siccome è sempre divertente cercare le corrispondenze tra la realtà e la finzione di libri e film, il Telegraph ha messo insieme un elenco di venti hotel realmente esistenti che compaiono in romanzi famosi o sono stati frequentati da alcuni importanti scrittori. Sono quasi tutti hotel di lusso e molti si trovano negli Stati Uniti o nel Regno Unito: due sono a New York, due a Londra. Alcuni sono anche stati set cinematografici, altri hanno la fama di essere infestati dai fantasmi. L’unico italiano, l’Hotel des Bains del Lido di Venezia, è stato chiuso molti anni fa e recentemente è stato trasformato in un complesso di appartamenti di lusso dopo un lungo periodo di abbandono.
Tra quelli americani si sono l’Hotel Plaza di New York e il Monteleone di New Orleans: entrambi sono stati frequentati da Truman Capote, l’autore di Colazione da Tiffany, e sono stati inclusi nella lista dei luoghi letterari dall’associazione United for Libraries. Sono gli unici hotel della lista (che comprende case dove hanno vissuto alcuni scrittori letterari, musei e altri luoghi che compaiono in romanzi) insieme alla Tavola Rotonda dell’Hotel Algonquin di New York (che però non è nella lista del Telegraph), che dal 1919 al 1929 ospitò l’omonimo circolo letterario, di cui faceva parte la scrittrice Dorothy Parker.