di A. Lalomia
Tra i punti più controversi del secondo
conflitto mondiale, quello relativo alla mancata distruzione dei
lager nazisti da parte degli Alleati rappresenta senza dubbio uno dei più
delicati e ancora oggi poco dibattuti. Forse non è un caso che nella
sterminata bibliografia su questa guerra le opere che cerchino
di fare piena luce sui motivi che spinsero i vertici anglo-americani -e in particolare quelli statunitensi- a rimandare oltre ogni ragionevole esigenza
bellica la scelta di colpire i campi, siano relativamente poche. È troppo
pensare che a trattenere quantomeno alcuni storici dall’addentrarsi in questo terreno abbia giocato (e continui tuttora a
giocare) anche la consapevolezza che per
un’analisi veramente completa dei fatti sarebbe stato necessario (e sarebbe
tuttora necessario) aprire degli armadi che custodiscono da decenni verità e segreti
imbarazzanti, e che comunque è meglio non pubblicizzare troppo ? 1
Al tentativo di ricostruire in modo
rigoroso e autorevole il complesso scenario che ha permesso al regime nazista
di mantenere in piena attività alcuni lager sin quasi agli ultimi giorni di
guerra (tra l’indifferenza e certe motivazioni degli Alleati su cui si potrebbe
discutere), Umberto Gentiloni Silveri 2 ha
fornito un importante contributo con il saggio Bombardare Auschwitz. Perché si poteva fare, perché non è stato fatto 3 , edito da Mondadori e accolto molto favorevolmente dalla critica 4 e
dal pubblico.
Quella che segue è l’intervista che
Gentiloni Silveri -che ringrazio pubblicamente- mi ha concesso.
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