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| Enrico Bernard |
di A. Lalomia
Fino a che punto il rispetto per un grande autore può condizionare la ricerca di quegli aspetti della sua vita e della sua opera che potrebbero gettare un'ombra sulla sua immagine ?
È una domanda che assume un particolare spessore quando ci si
deve confrontare con quelle figure della tradizione letteraria su
cui esiste un consenso di critica e di pubblico pressoché unanime.
In definitiva: può un critico, spinto dal desiderio di ricostruire determinati
percorsi creativi seguiti dalla celebrità nazionale, avventurarsi nel campo delle
analogie, per alcuni irriverenti, ma pur sempre verosimili, se dimostrate scientificamente e filologicamente ?
Può questo stesso critico sostenere, prove alla mano, ad esempio, che uno dei numi tutelari della nostra letteratura, Luigi
Pirandello, ha utilizzato come fonte d’ispirazione per alcuni suoi testi -in un modo che rasenta la traduzione letterale- la produzione artistica di un grande esponente del Romanticismo tedesco, Ludwig Tieck, ‘sommergendo’ quelle opere di riferimenti a Tieck, ma senza dichiararlo esplicitamente (a differenza di quanto ha fatto per altri) ?
Fino a che punto i numerosi rimandi tra Pirandello e
Tieck possono considerarsi come una legittima attività compiuta
da un autore in cerca di un’idea ?
Fino a che punto questa stessa attività non deve invece essere giudicata
come un processo di acquisizione inconsueto e forse discutibile ?
Parliamo di questo tema (ma non solo) con Enrico Bernard, critico letterario, autore, regista e docente attivissimo a livello internazionale, che ha affrontato la questione in un saggio apparso per la prima volta nel 2006 sulla “Rivista di studi
germanici”, riproposto poi su "Italica" e apparso recentemente anche su Academia.edu e su altre testate scientifiche.
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