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domenica 11 gennaio 2015

Giuseppe Tomasi di Lampedusa nei ricordi di Gioacchino Lanza Tomasi.

Gioacchino Lanza Tomasi mi riceve nel suo appartamento a Palazzo Tomasi di Lampedusa, in via Butera 28, a Palermo. Ha pubblicato da poco con Alma Books una biografia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, suo padre adottivo. Il titolo è «A biography through images». Ci sediamo al tavolo della sua camera da pranzo affacciata sul mare.  

Come nasce la sua passione per la musica?  
«Mia nonna, che era spagnola, suonava bene il piano. Dai 13 ai 17 anni mi cimentavo già nella 
composizione. Mi dava sicurezza essere il figlio preferito di mia madre. Mio padre mi faceva paura per via delle sue terribili scenate. Abitava a Palermo a Palazzo Mazzarino, uno dei palazzi Lanza».  

Come mai lei, che aveva un legittimo padre, Lanza di Mazzarino, è stato adottato dal principe Tomasi di Lampedusa, Duca di Palma?  
«Perché Lanza Tomasi non aveva eredi. Era mio cugino attraverso vari rami. Alla fine della guerra Tomasi di Lampedusa era diventato povero e usava dire di Palermo: “Dove c’è un’altra città con cinque principi mendicanti?” Ma lui non era un mendicante. Aveva una moglie baltica che lo spingeva a valorizzarsi, a incontrare giovani intellettuali. Era un uomo taciturno, ma si interessava a noi giovani. Aveva l’età di mio padre. Entrambi avevano fatto la Prima guerra mondiale».  

Perché si è interessato a quest’uomo?  
 Gioacchino Lanza Tomasi
«Era un pozzo di scienza e raccontava storie divertenti e affascinanti. Sembrava già un uomo anziano a 60 anni. D’altra parte, molte persone che avevano fatto la guerra si erano indebolite e ammalate con i gas nelle trincee. Lampedusa aveva una terribile artrosi e camminava con un bastone. Era astemio, ma fumava molto».  

Quanti anni aveva quando lei lo incontrò?  
«Diventai suo amico quando avevo 18 anni. Andammo insieme a vedere la mostra su Antonello di Messina al museo di Messina». 

Gli piaceva la letteratura siciliana?  
«Sì, Verga in modo smisurato, forse un po’ meno “i Malavoglia”, ma trovava “Mastro Don Gesualdo” un romanzo sublime. Di Pirandello aveva un’ammirazione sconfinata. Oltre al francese, parlava tedesco e inglese con un accento inventato». 

Lei ha seguito la stesura del «Gattopardo»?  
«Certo. Il “Gattopardo” era per noi un grande gioco, una maliziosa e incantevole ricostruzione del nostro passato storico, se non anche del nostro presente. Era una sorta di cronaca satirica di quanto ci circondava»  

Lui vi leggeva il romanzo che stava scrivendo?  
«Sì, ad alta voce, perché gli scrittori all’epoca lo facevano. Inizialmente il suo romanzo doveva svolgersi tutto in un giorno come l’Ulisse di Joyce, poi diventò come un fiume in piena. Interruppe il romanzo e si mise a scrivere “Ricordi della mia infanzia”, che è pubblicato nei suoi “Racconti”. A Enrico Merlo, prima di partire per Roma nel viaggio senza ritorno del maggio 1947), scrisse una lettera che è la chiave di lettura del suo romanzo. Merlo aveva segnalato Lampedusa dopo la guerra al governo militare di Charles Poletti come uomo di sentimenti antifascisti: fu nominato presidente della Croce Rossa e vi rimase due anni».  

Quando si ammalò?  
«A Capo di Orlando, a casa dei cugini Piccolo, nell’inverno ’57, sputò sangue. Andò da un geriatra che gli diagnosticò un tumore polmonare. Morì poco tempo dopo».  

Quando fu adottato?  
«L’idea venne a sua moglie Alessandra nel dicembre del ’56. Voleva la continuazione della sua famiglia. Re Umberto, in esilio, acconsentì. La sentenza arrivò dopo un anno». 

Quante copie sono state vendute del «Gattopardo»?  
«Sui 10 milioni e il libro vende ancora. Il libro uscì dopo la sua morte (il 28 novembre 1958) e fu un successo immediato». 

Lei è anche un celebre musicologo.  
«Fu un amico, che conosceva l’avvocato di Palermo Nino Sorgi, occupato nella produzione della pellicola sul bandito Giuliano di Francesco Rosi, a suggerire il mio nome per il film. Lì conobbi Suso Cecchi d’Amico, che mi consigliò di andare a Roma a lavorare per il cinema. Così feci. Feci il giornalista, finché diventai organizzatore musicale e un esperto di musica contemporanea». 

Alain Elkann,  “Il Gattopardo era per noi un grande gioco”, "La Stampa", 11-01-15.

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Sotto, video su Tomasi di Lampedusa: